Cos’è ed a cosa serve l’esposizione

Introduzione

L’esposizione rappresenta uno degli argomenti chiave della Fotografia. La sua conoscenza è essenziale sia per il neofita che per l’amatore più avanzato e costituisce uno dei dogmi principali di tale disciplina. In termini didattici l’esposizione indica la quantità di luce che raggiunge in un determinato tempo il materiale impressionabile, inteso sia come pellicola che come sensore digitale. Correlato a tale argomento è il concetto di “tempo di esposizione”, noto anche come velocità di scatto o velocità dell’otturatore. Esso indica, molto semplicemente, il periodo in cui l’otturatore rimane aperto, permettendo alla luce di attraversare il sistema ottico.

Tempo di esposizioneAgli albori della Fotografia, l’impressionabilità delle pellicole (intesa come sensibilità alla luce, detta attualmente ISO o ASA) richiedeva un’esposizione lunghissima, come dimostra la celebre fotografia di Nicéphore Niepce il cui tempo di esposizione era pari ad otto ore circa. Oggi, ovviamente, le cose sono molto cambiate: la tecnologia ha portato alla creazione di elementi sensibili caratterizzati da velocità (a parità di condizioni) enormemente superiori rispetto al passato. Nel digitale, inoltre, si ha persino la possibilità di mutare in tempo reale la sensibilità del sensore al fine di poter scattare con tempi di esposizione relativamente corti anche in condizioni critiche.

Prima di poter affrontare queste ed altre divagazioni, è essenziale per il principiante apprendere a fondo i principi e le leggi che determinano l’esposizione fotografica. Può apparire difficoltoso, sfiancante e a volte poco intuitivo, ma è uno sforzo che vi ripagherà col tempo.

Credetemi.

Fondamenti

Ripetiamolo ancora una volta: l’esposizione indica la quantità di luce che colpisce il materiale sensibile (pellicola o sensore digitale) durante un determinato periodo di tempo.

Una foto viene detta sovraesposta quando l’esposizione ottenuta comporta una perdita di dettaglio dovuta alla troppa luce che raggiunge il sensore, in gergo: la foto è “bruciata”. Una foto è sottoesposta, invece, quando la luce che raggiunge il sensore è troppo poca, o in gergo: la foto è buia. Assodato questo, proviamo ad andare oltre.

L’esposizione è regolata da due valori principali e reciproci fra loro:

Per reciprocità si intende che questi due elementi sono correlati fra loro dalla seguente relazione: la stessa esposizione viene ottenuta aumentando uno dei valori (ad esempio il diaframma) e contestualmente diminuendo della medesima entità l’altro (il tempo di esposizione). Tale reciprocità definisce le cosiddette coppie “tempo/diaframma”, ovvero insiemi di valori che a parità di condizioni assicurano la medesima esposizione.

Tempo di esposizione

Fotografare un paesaggio a mezzogiorno con diaframma ƒ8 e tempo di esposizione di 1/250, corrisponde ad avere la stessa foto, con la medesima esposizione, se si chiude di uno stop il diaframma ad ƒ11 e al tempo stesso si aumenta di un altro stop il tempo di esposizione ad 1/125. Le coppie tempo/diaframma sono diverse, ma bilanciate fra loro: ovvero la quantità di luce che nell’unità di tempo raggiunge il sensore è la stessa in entrambi i casi, e quindi anche l’esposizione sarà uguale nei due scatti effettuati.

Provare per credere: alzatevi dalla vostra scrivania, agguantate la macchina fotografica e fate un tentativo. Prendete l’esposizione, annotate la coppia tempo/diaframma suggerita dal vostro esposimetro (di questo parleremo più avanti) e provate adesso ad aumentare di uno stop un elemento e a diminuire di uno stop l’altro, ma se non vi basta anche di due, tre, quattro, insomma quello che volete. L’importante è che i due valori siano bilanciati fra loro, ovvero a x stop di uno, devono corrispondere y stop dell’altro. Vedrete che, a questo punto, tutte le foto fatte avranno la stessa identica esposizione. Non abbiamo ancora finito, però.

Un altro elemento che ci permette di controllare la nostra esposizione sono gli ISO (qui articolo al riguardo). Nelle reflex tradizionali tale valore era fisso: si comprava una pellicola da 400 ISO e si proseguiva così fino alla fine dei fotogrammi disponibili. Oggi non è più così. Se prima l’unico modo per modificare tale valore era soltanto cambiare la pellicola, adesso basta cliccare su di un pulsante e selezionare il valore ISO desiderato attraverso un pratico menù.
Gli ISO rappresentano una misura della sensibilità del sensore digitale o della pellicola alle fonti luminose: aumentando di un punto il valore ISO, in sostanza, si dimezza il tempo di esposizione richiesto.

Ciò va a costituire il cosiddetto “Triangolo d’esposizione”. Quindi, ricapitolando, l’esposizione in una reflex digitale moderna viene regolata da: Tempo di esposizione

  • Diaframma
  • Tempo di esposizione
  • Valore ISO

Se, come detto precedentemente, i valori di diaframma e tempo di esposizione sono correlati, stessa cosa vale per gli ISO. Ciò fa sì che sia possibile combinare questi molteplici elementi al fine di ottenere una corretta esposizione nelle più disparate condizioni. Ad esempio è possibile lasciare invariato il diaframma ed il tempo di esposizione alzando gli ISO, oppure è possibile aumentare il tempo di esposizione, o chiudere il diaframma, diminuendo tale valore.

Immagino che adesso sarete un po’ confusi, ma tranquilli, è del tutto normale. Il modo migliore per superare tale attimo di spaesamento è uscire e fotografare. Provate a combinare tali elementi sulla base di ciò che avete letto. Vedrete che col tempo tutto questo sarà non solo intuitivo, ma persino istintivo: scatterete le vostre foto sulla base di tali meccanismi senza neanche rendervene conto.

L’esposimetro

Lo strumento che permette di quantificare la luce e di suggerirci le adeguate coppie tempo/diaframma è noto come esposimetro. Esso è presente all’interno di ogni macchina fotografica, ma esistono anche esposimetri esterni utilizzati prevalentemente da fotografi professionisti per ottenere misure di esposizione più precise e selettive.

Gli esposimetri si dividono un due categorie:

  • Esposimetri a luce riflessa
  • Esposimetri a luce incidente

Gli esposimetri a luce incidente analizzano la luce che arriva direttamente sul soggetto. Ciò è permesso attraverso l’uso di una semisfera bianca che deve essere posta accanto al punto su cui vogliamo valutare l’esposizione. Sono esposimetri estremamente precisi, utilizzati nella ritrattistica e nella fotografia di studio valutando, ad esempio, l’esposizione sull’incarnato del nostro soggetto.

Quelli che invece sono contenuti all’interno delle nostre macchine fotografiche sono di tipo a luce riflessa, contraddistinti dall’acronimo TTL, in quanto la valutazione dell’esposizione avviene attraverso la luce che passa all’interno dell’obiettivo (Through The Lens). Come vedremo in seguito, tali esposimetri presentano problematiche relative al cromatismo del soggetto o alle caratteristiche fisiche del materiale di cui è composto.

Ciò fa sì che l’esposimetro in determinate occasioni possa venire ingannato dalle caratteristiche della scena inquadrata, comportando valori tempo/diaframma che risulteranno in una sottoesposizione o in una sovraesposizione. Tralasciando per ora tali problematiche, ciò che permette ad un esposimetro di quantificare la luce è la presenza di elementi fotosensibili, quali:

  • Solfuro di Cadmio (noto con la sigla CdS)
  • Selenio
  • Silicio

Ognuno di essi, reagendo con i fotoni, emette una debole carica elettrica che viene successivamente amplificata e trasformata in una indicazione di tipo tempo/diaframma. L’elemento utilizzato negli esposimetri interni delle nostre reflex è il silicio, esso infatti presenta una risposta rapida alla luce e ingombri molto ridotti.

Il limite degli esposimetri interni

Come già detto, gli esposimetri delle reflex analizzano la luce riflessa proveniente dal soggetto che passa attraverso il nostro obiettivo (TTL). Questi esposimetri risultano tarati sul valore di riflettenza del grigio medio 18%, che presenta il valore di riflesso più comune sulla superficie terrestre.

Ciò, tuttavia, comporta alcune problematiche come è già stato preannunciato. Immaginate questa scena: state sciando sulle Dolomiti, il manto nevoso ricopre ogni cosa e decidete pertanto di immortalare la scena con la reflex che portate al collo. Prendete l’esposizione e, sorpresa, l’esposimetro valuta l’esposizione con coppie tempo/diaframma che in foto risulteranno in una sottoesposizione piuttosto pronunciata.

Perché accade questo? molto semplicemente, inutile dilungarsi più di tanto, gli esposimetri a luce riflessa non risultano affidabili in casi come questi. Essi risultano ingannati dal monocromatismo di quei soggetti la cui “riflettanza” si discosta molto dal valore del grigio medio 18% su cui sono tarati. Soggetti bianchi, come la neve di cui parlavamo, presentano un potere di riflettanza del 36% (il doppio di quello del grigio medio) e pertanto il nostro esposimetro, ingannato da tutto questo, tenderà a sottoesporre la scena. Viceversa: soggetti neri (riflettanza del 9%) comporteranno sovraesposizioni.

Sapendo questo, il modo più veloce per risolvere il problema è compensare l’esposizione, alzandola o abbassandola a seconda dei casi. Quindi, tornando sulle dolomiti, un paesaggio nevoso comporterà da parte vostra la necessità di sovraesporre (e quindi compensare) forzatamente rispetto al valore datovi dal vostro esposimetro. Mentre, per soggetti scuri, dovrete compensare sottoesponendo.

In conclusione: non fidatevi ciecamente dell’esposimetro, ma valutate criticamente ciò che vi suggerisce sulla base dei suoi limiti.

Modalità di misurazione dell’esposizione

La misurazione della luce non passa solo attraverso l’esposimetro, ma nelle moderne reflex anche attraverso algoritmi di lettura in grado di interpretare l’informazione nuda e cruda della cellula fotosensibile.

Tali algoritmi sono di seguito elencati:

  • Lettura SPOT
  • Lettura Matrix (o multizona)
  • Lettura con media pesata al centro (o semispot)

Tempo di esposizioneQueste modalità consentono di ridurre gli errori dell’esposimetro, attraverso l’uso di diversi sensori le cui informazioni vengono poi integrate e sintetizzate grazie alla presenza di processori dedicati.

Più in dettaglio:

  • La lettura spot è un sistema di misurazione dell’esposizione molto preciso. Il suo funzionamento è basato attraverso la selezione di un’area molto ristretta (solitamente pari al 3% sul totale della scena), su cui verrà basata la misura. Ciò comporta, quindi, che il punto scelto su cui valutare l’esposizione sarà il soggetto della nostra foto.
  • Il sistema di lettura Matrix, invece, fa sì che l’esposizione venga effettuata avendo come fonte l’intera scena inquadrata. Si tratta del sistema più diffuso, che tradisce solamente in quei casi estremi precedentemente illustrati. Risulta particolarmente efficace, pertanto, nell’ambito della fotografia paesaggistica.
  • In ultimo, la lettura con media pesata al centro, è costituita dall’uso di algoritmi che analizzano l’intera scena prediligendo (e quindi pesando maggiormente) l’esposizione della zona centrale inquadrata. Tale sistema attualmente è stato superato, in favore della lettura con sistema Matrix.

L’esposizione creativa

L’esposizione può apparire al neofita come un mosaico rigido di regole e principi da applicare scrupolosamente pena la mal riuscita dello scatto. In realtà il concetto di “corretta esposizione” è un qualcosa di relativo che dipende esclusivamente dalla vena creativa del fotografo. Spesso, infatti, sovra o sotto esposizioni sono utilizzate per creare atmosfere eteree, per trasmettere toni cupi e misteriosi, per isolare dal contesto un determinato soggetto, oppure ancora per dare alla foto contrasti slavati e vintage.

Sapendo questo, appare chiaro come l’esposizione possa divenire un potente mezzo creativo. Una delle tecniche più usate è quella delle lunghe esposizioni: in scatti di questo tipo l’otturatore rimane aperto per periodi piuttosto prolungati la cui entità cambia a seconda del tipo di effetto che vogliamo ottenere.

Per fare alcuni esempi: esposizioni nell’ordine dei secondi sono utilizzate ampiamente in quegli scatti che hanno come soggetto ruscelli o onde del mare. Questo tipo di esposizioni consentono di impressionare su sensore il movimento fluido della superficie d’acqua, che apparirà in foto come una serie di scie fumose oppure (aumentando il tempo di esposizione di 30 secondi o minuti) un vero e proprio manto nebbioso che avvolge scogli o sponde.

Un altro esempio affascinante di lunga esposizione è sicuramente quello dell’astrofotografia. Tempo di esposizioneTale disciplina accoppia numerosi strumenti, come ad esempio un cavalletto con motore AR (uno strumento automatico che segue il movimento apparente della volta celeste), e lunghe esposizioni al fine di raccogliere la fievole radiazione proveniente dallo spazio profondo appartenente alla Via Lattea o a qualche nebulosa. Sempre inerente tale filone vale la pena nominare gli Startrails: in questo caso esposizioni di ore permettono di immortalare la volta stellata ed il suo movimento (o per meglio dire: quello della Terra) che verrà trasmesso nello scatto sotto forma di lunghe scie, ognuna delle quali corrispondente ad una stella (ma di questo tratteremo in una guida specifica).

Conclusioni

L’esposizione è uno di quei concetti fondamentali per un fotografo. Essa è determinante per la buona riuscita di uno scatto. Riassumendo, essa è regolata da diaframma, tempo di esposizione e ISO (triangolo d’esposizione) mentre la luce disponibile viene quantificata da uno strumento noto come esposimetro.

Molto spesso l’approccio del neofita a tale argomento risulta ostico e controproducente. L’esposizione appare come uno scherma rigido di regole, un corollario di leggi, ma in realtà esso è un concetto estremamente flessibile e che può essere piegato secondo i propri voleri ed intenti creativi. Non solo: l’esposizione è un mezzo essenziale per poter raccontare la nostra visione della realtà. Non a caso, in fondo, fotografia altro non significa se non “scrivere con la luce”.

 

Fonti Immagini: Non solo tecnica fotografica, ZmPhoto, XtremeHardware

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