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Sony The Interview: una pellicola che non s'ha da fare?

di Andrea Pettinariaggiornato il 30 maggio 2015

Esiste una pellicola che, seppur non sia ancora arrivata nelle sale, continua a far parlare di sé da circa un mese a questa parte. La ragione principale di tutta questa attenzione mediatica? È qui il bello: gira proprio intorno al rilascio di questo film.

Mi riferisco al caso “The Interview“, commedia realizzata ed interpretata dalla coppia di attori e amici Seth Rogen e James Franco per Sony Pictures Entertainment, la quale narra la storia di due giornalisti ingaggiati dalla CIA per organizzare una finta intervista con il leader nord-coreano Kim Jong Un, con l’intento di assassinarlo.

La produzione Sony, seppur ripresa in chiave satirica, pare non essere stata troppo gradita nell’Oltreoceano, tanto che lo scorso 24 novembre lo stesso colosso dell’elettronica è stato vittima di un massiccio attacco hacker rivendicato da un gruppo che si fa chiamare “Guardians of Peace“, attacco che è stato poi definito come “il più distruttivo mai subito da un’azienda sul territorio statunitense” e che è riuscito ad intimidare Sony a tal punto da ritirare la pellicola dalle sale. La commedia – prevista precedentemente per il 25 dicembre – è rimandata a data ancora da definirsi.

Il polverone creatosi attorno alla faccenda si è presto evoluto in una questione internazionale, ma la carne al fuoco qui è tanta. Cerchiamo dunque di muoverci passo per passo, cercando di spiegare a tutti come si sono svolte le varie vicende.

Il Black Monday

Tutto inizia con l’attacco dello scorso lunedì 24 novembre ai danni di Sony. Dai server vengono trafugati circa 100 terabyte di materiale, tra cui migliaia di mail e documenti confidenziali, ma anche interi film già diffusi in rete, alcuni dei quali non ancora rilasciati ufficialmente. Non è di certo la prima volta che Sony cade sul fronte della sicurezza informatica: risale infatti a soli tre anni fa un altro grave episodio che vide la sopracitata azienda vittima di un grave colpo, questa volta ai danni del Playstation Network, il quale rimase down per ben 23 giorni, durante i quali vennero violati circa 77 milioni di account, contenenti – tra le altre cose – i numeri delle carte di credito dei malcapitati utenti Playstation.

[quote_sinistro]L’attacco è stato rivendicato da un gruppo di hacker che si fa chiamare “Guardians of Peace”[/quote_sinistro]Apparentemente, nel messaggio di rivendicazione lasciato sulle pagine di Sony da parte del gruppo “Guardians of Peace“, non vi era nessun indizio esplicito tale da attribuire la responsabilità dell’attacco a qualcuno di vicino a Pyongyang, ma dopo alcune indagini effettuate dall’FBI pare che siano state individuate abbastanza prove tali da collegare l’accaduto ai vertici nord-coreani. Sembra infatti che alcuni strumenti utilizzati per violare i sistemi di Sony non siano passati inosservati, in quanto molto simili a quelli utilizzati durante lo scorso anno dal governo di Kim Jong Un contro alcune banche situate nel territorio della rivale Corea del Sud.

Una tensione mai del tutto spenta

Da questo momento il tutto inizia a prendere una vera e propria piega diplomatica: la Corea del Nord si dissocia fin da subito da ogni tipo di accusa, dichiarando di non avere nulla a che fare con tale attacco ed offrendo una mano a fare chiarezza tramite un’inchiesta congiunta, pur non demonizzando l’accaduto ma anzi, riconoscendolo come un'”azione giusta“.

Quelle tensioni non proprio dimenticate si riaccendono e nel giro di poco tempo ecco che i Guardiani della Pace non perdono l’occasione per infierire, diffondendo un video provocatorio ai danni dell’FBI, elogiandone – ironicamente – l’esito delle indagini da poco concluse. Tocca dunque a Barack Obama in persona l’arduo compito di tenere calme le acque: il Presidente cerca infatti di smorzare la tensione creatasi definendo l’attacco subito da Sony Pictures come “un atto di cyber-vandalismo, non di guerra“, senza negare però che date le circostanze la Casa Bianca stesse valutando se inserire la Corea del Nord nella blacklist dei paesi sponsor di terrorismo. Non tarda ad arrivare la risposta dai vertici coreani, i quali minacciano che in caso di complicazioni sarebbero pronti rispondere a modo, non escludendo un confronto con gli USA su ogni possibile zona di conflitto.

Leggendo queste ultime righe molti di voi staranno già pensando che fin qui non vi è nulla di nuovo. “Esattamente!”, vi rispondo io: se c’è infatti qualcosa che tutti noi abbiamo imparato a conoscere durante i numerosi faccia a faccia caratteristici di questo 2014, che hanno visto protagonisti Stati Uniti e Corea del Nord, questo è proprio l’atteggiamento da “osso duro” con cui Kim Jong Un gestisce ogni aspetto della vita diplomatica del proprio paese. L’esperienza accumulatasi durante l’anno che ci apprestiamo a lasciarci alle spalle ci suggerisce inoltre che “can che abbaia, non morde“. Con la sicurezza che tutto ciò sia l’ennesimo scontro “di facciata”, lasciamo la questione prettamente diplomatica per addentrarci nelle dinamiche di distribuzione – o non – del film incriminato.

Il dilemma della distribuzione

I giorni passano, ci ritroviamo così alla notte tra giovedì e venerdì della scorsa settimana, notte durante la quale alcuni manager di Sony Pictures ricevono una serie di messaggi intimidatori ben espliciti: “Vogliamo che il film [“The Interview“, ndr.] non esca, non sia distribuito e diffuso in qualunque forma, in formato DVD o attraverso la pirateria” – aggiungendo inoltre – “Abbiamo ancora i vostri dati privati e sensibili e ci assicureremo che essi siano al sicuro, a meno che non procuriate ulteriori problemi”. Sony non ci pensa due volte: la distribuzione del film cessa immediatamente, la programmazione – prevista precedentemente per il giorno di Natale – viene cancellata e le locandine rimosse.

Durante il discorso di fine anno, il Presidente  non smentisce le aspettative e condanna in prima persona i recenti messaggi intimidatori, manifestando la propria comprensione nei confronti della decisione di Sony di ritirare “The Interview”, seppur non condividendola. “Non possiamo accettare che un dittatore imponga la sua censura negli USA. Su un film satirico, poi: cosa succederebbe se intervenissero per fermare le news o un documentario, o addirittura minacciare i produttori?”. Tuttavia, attorno al futuro della pellicola continua ad aleggiare un’alone di mistero.

Michael Lynton, CEO di Sony Pictures, risponde al Presidente dichiarando che la compagnia è attualmente alla ricerca di un modo per distribuire il prodotto in maniera alternativa. Pare infatti che dopo la “bacchettata” di Obama i vertici si stiano convincendo a rimanere sulla via del rilascio, ma il problema insorto a questo punto è che nessun cinema – o quasi – sarebbe disposto ad accogliere il film nelle sale. Da qui l’esigenza di trovare a “The Interview” una nuova casa.

[quote_sinistro]La distribuzione, per forza di cose, sembra dover passare per vie alternative[/quote_sinistro]In molti si fanno avanti: uno di questi è sicuramente la società BitTorrent, la quale lancia un appello al colosso statunitense, dichiarando al sito Deadline la volontà di offrire la propria piattaforma come mezzo di distribuzione. Una soluzione, questa, che alcuni – soprattutto i fan del gruppo britannico Radiohead – conosceranno già. Proprio tramite quest’ultima è stato infatti recentemente distribuito l’ultimo lavoro del frontman della band, collaudando il neo-nato sistema che prende il nome di BitTorrent Bundles e che permette di scaricare una serie di file coperti da diritto d’autore, a fronte del pagamento di un prezzo. Matt Mason, CCO dell’azienda, dichiara che a questo punto la situazione diventa ben più ampia della sola distribuzione di un film: “Per noi si tratta delle due cose a cui teniamo di più: un’Internet aperto e un futuro sostenibile per la creatività. Come compagnia ci sentiamo di non avere altra scelta e di aiutare Sony Pictures a difendere questi principi”.

[img_destra][/img_destra]A testimoniare questa presa di posizione collettiva intervengono figure che dell’espressione (artistica) hanno fatto il proprio pilastro di vita. Da George R.R. Martin fino a Stephen King, passando per Paulo Coelho, arrivano infatti numerosi incitamenti ad abbattere questa censura forzata e a pubblicare il film. Lo scrittore brasiliano ha addirittura offerto la cifra simbolica di 100.000$ per il rilascio dei diritti della pellicola di Rogen e Franco, con l’intento di condividerla poi in streaming sul proprio blog, in maniera del tutto gratuita.

Sony sembra aver preso spunto proprio da quest’ultima soluzione e non si esclude la possibilità che il film in questione possa essere distribuito tramite il portale di streaming proprietario Crackle, in maniera gratuita. Tuttavia, secondo Michael Lynton, ci sono ancora una serie di opzioni da valutare e pare che il processo non sarà di certo breve. Il destino di “The Interview” rimane dunque avvolto nel mistero.

[ultimoaggiornamento]Film in uscita a Natale[/ultimoaggiornamento]

Il lieto fine: The Interview in uscita nelle sale a Natale

Stando al titolo di questo editoriale, il destino della pellicola era già scritto fin dall’inizio. La morale di questa storia, infatti, la prendiamo in prestito direttamente dai Promessi Sposi: se qualcosa non s’ha da fare, bè, alla fine in un modo o nell’altro si farà. È stato di sicuro il caso di The Interview, che dopo una serie di sballottamenti tra un’ipotetica soluzione e l’altra si ritrova finalmente alla vigilia della propria pubblicazione, in quella via più classica che date le circostanze non sembrava più percorribile. Sony ha infatti annunciato ufficialmente che The Interview uscirà al cinema durante la giornata di Natale, seppure questo avverrà in un numero limitato di sale. Una soluzione, questa, che vede la libertà di espressione prevalere su una censura imposta dall’alto, con un lieto fine che ben si sposa con il clima festivo caratteristico di questi giorni.

Una questione ben più grossa

I recenti risvolti ci portano però ad avere una visione ben più ampia dell’accaduto: il tutto qui passa da una prospettiva micro ad una visione macro. Non è più il futuro di un solo film – satirico, per di più – ad essere messo in discussione. La minaccia qui è ben più ampia, si tratta di mettere a rischio uno dei più grandi valori su cui si basano le civiltà democratiche: la libertà di espressione. Tanto hanno fatto i popoli per ottenerla, e se ancora oggi, in un periodo di generale distensione questa viene messa in dubbio, evidentemente tanto faranno ancora per difenderla.

(Credit Photo: David Goldman/APEugene Hoshiko/Ap Images)

Articolo aggiornato al [ultima_data_aggiornamento]24/12/2014[/ultima_data_aggiornamento]