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Smartphone brand o no-brand? L'eterno dilemma continua

di Andrea Pettinariaggiornato il 4 aprile 2015

Se al giorno d’oggi ci approcciamo all’acquisto di un nuovo smartphone, notiamo sicuramente le molteplici modalità che ogni singolo operatore telefonico cercherà di propinarci per attirare il nostro portafogli verso uno dei propri prodotti. Esiste, ovviamente, chi rifiuta a prescindere questa dimensione e preferisce acquistare un dispositivo senza alcun vincolo, che si tratti di abbonamento o tariffa, o semplice personalizzazione – estetica o software – di un determinato smartphone. Tutto questo per introdurvi al discorso che affronteremo oggi, ovvero quello relativo alla scelta di uno smartphone “brandizzato”, come si usa dire, oppure “no-brand”, che per chi non conoscesse questa duplice dimensione, trattasi rispettivamente di un dispositivo personalizzato dall’operatore, contro lo stesso prodotto, ma in versione “pulita”, originale.

Molte volte gli utenti più “casual” non fanno nemmeno caso su quale versione di smartphone, tra le due, stanno per mettere le mani, ma per altri, quelli decisamente più esperti e se vogliamo, “smanettoni”, questa può rivelarsi una scelta di vitale importanza. Scopriamo quindi nel dettaglio da dove deriva tutta questa attenzione verso la presenza – o meno – di un marchio telefonico sulla scatola dei nostri dispositivi.

Una questione economica?

Partiamo dalla più basilare delle ragioni che possono stare dietro all’acquisto di uno smartphone “brandizzato”, ovvero quello figurante modifiche varie, apportate dall’operatore telefonico: la questione economica. I dispositivi in versione “brand”, presenti sugli scaffali degli store dei vari operatori, arrivano infatti sempre e comunque con un’offerta di tipo economico apparentemente vantaggiosa per l’utente. Le modalità di abbonamento con cui l’ipotetico brand in questione tenta di accaparrarsi la fiducia e quindi l’acquisto di un proprio prodotto da parte del consumatore sono molteplici. Queste, per quanto riguarda i dispositivi di fascia alta (il nostro discorso gira proprio intorno ad essi), prevedono solitamente il pagamento di una piccola caparra a fronte del rilascio – in comodato d’uso – del telefono, con la successiva sottoscrizione di un abbonamento (solitamente con vincolo di 30 mensilità) prevedente una serie di rate mensili composte di una tassa sul rilascio in dotazione dello smartphone, più un’altra relativa alla tariffa scelta dal cliente, con cui accompagnare l’utilizzo del nuovo gioiello tecnologico durante gli anni a venire.

[quote_destro]Poco importa del prezzo complessivo: il cliente vuole avere tutto e subito[/quote_destro]Il meccanismo dietro tutto ciò è molto semplice ed è lo stesso che lentamente ha preso piede in tutto il mondo, facendo letteralmente gola ai consumatori e permettendo loro di ottenere in tempi celeri qualcosa su cui altrimenti non avrebbero potuto mettere le mani: stiamo ovviamente parlando del pagamento dilazionato, o più comunemente “il pagamento a rate”. Poco importerà, infatti, al consumatore, di essere vincolato per più di due anni nel pagamento di piccole rate – di cui probabilmente non sentirà nemmeno il peso – che alla fine dei giochi andranno a comporre un prezzo totale decisamente spropositato, in confronto alla stessa versione del dispositivo senza brand: la cosa importante, in questo caso, sarà la possibilità di avere tutto e subito; accordo, questo, che sorprendentemente accontenterà entrambe le parti. Prendendo in considerazione i tipi di smartphone più gettonati, divisibili tra coloro che montano Android e i vari iPhone, scopriremo che mentre questa dimensione di tipo economico può coinvolgerli entrambi, quella che andremo ad analizzare nel prossimo paragrafo sarà un’esclusiva (ahimè, non in senso positivo), dei vari device Android.

Dispositivi “brandizzati”: troppo invasivi?

Con il secondo punto entriamo nel vero e proprio merito della questione, quella che sta più a cuore agli utenti più esperti ed esigenti: trattasi della personalizzazione che il brand telefonico va ad effettuare sui propri device. Come già annunciato in chiusura del paragrafo precedente, questa nuova dimensione, capace di influenzare il nostro acquisto, è relativa a tutto il panorama dei dispositivi Android, o più precisamente non è sicuramente relativa a quello iOS, in quanto Apple non permette la minima customizzazione da parte degli operatori telefonici a cui decide di affidare i propri iPhone: una mossa che personalmente mi sento di condividere, ora vi spiego perchè.

[quote_sinistro]Invasività: un problema che per forza di cose colpisce solo Android[/quote_sinistro]Prendendo in considerazione Android, il sistema operativo open-source per eccellenza, questo permette ovviamente di essere modificato da chiunque lo desideri, operatori telefonici inclusi. Non è infatti raro, ormai, che quest’ultimi decidano – al pari con i vari produttori OEM – di modificare vari elementi del suddetto sistema, andandolo ad adattare al meglio, secondo loro, alle esigenze dei propri utenti, o semplicemente facendosi pubblicità inserendo elementi grafici rimandanti al proprio brand. L’esempio meno invasivo, in questo caso, sarebbe la sola sostituzione del messaggio d’avvio del telefono con quello raffigurante il logo della compagnia. Se invece fossimo sfortunati, oltre a ciò potremmo incappare in vere e proprie modifiche all’interfaccia, accompagnate dalla presenza obbligatoria di applicazioni dalla dubbia utilità, inserite a forza nel sistema da parte del nostro amato brand e che con difficoltà riusciremo a rimuovere, visto che solitamente, per fare ciò, ci saranno necessari i permessi di root. Nulla di irreparabile, sia chiaro, per andare a ripristinare l’interfaccia originale del nostro dispositivo, infatti, ci basterà installare un launcher, ma perché complicarsi la vita scegliendo questi tipi di dispositivi, quando possiamo accaparrarci un comodo “no-brand”? Su questo torneremo più avanti, mentre ora ci soffermiamo su un altro aspetto relativo alla questione “personalizzazione”. Le sorprese, infatti, non finiscono qui, in quanto esiste un ulteriore punto chiave della situazione che come scoprirete tra poco si rivelerà ben più fastidioso di semplici customizzazioni in termini di interfaccia.

Aggiornamenti: il tasto dolente della questione

[img_destra][/img_destra]Se da un lato, quando si parla di Android non si può non nominare la parola “personalizzazione“, dall’altro non può mancare nemmeno l’altra faccia della medaglia, ovvero la frammentazione che da tempo affligge il sistema operativo di Mountain View. Molti dei propri pregi, infatti, come la sua grande diffusione e il suo stato di software open-source, si ripercuotono su stesso, andando a creare una divisione interna, soprattutto in termini di diffusione delle ultime versioni del robottino verde. Se, in passato, a favorire questo stato di frammentazione ci pensavano i soli produttori OEM, colpevoli, in questo caso, di personalizzare l’interfaccia dei propri dispositivi secondo i propri canoni, ritardando dunque l’uscita di eventuali aggiornamenti, oggi si è creato un sottoinsieme di quest’ultimi, composto dai vari dispositivi OEM ulteriormente personalizzati dal brand telefonico. Tutto ciò è inevitabilmente sfociato in un loop di customizzazioni, in grado di ritardare – e di molto – l’uscita di un eventuale update, il quale, per essere rilasciato, deve prima passare nelle mani del produttore e poi in quelle del brand, che deve effettuare i propri ritocchi per rimandarlo al produttore, il quale a sua volta dovrà accettare le modifiche apportate dal brand e finalmente rilasciarlo. Queste due fazioni vanno ad opporsi al lato “pulito” di Android, ovvero quello sviluppato direttamente da Google, capace di garantire la cosiddetta “Google Experience“, che vanta tra i suoi pregi l’immediato rilascio degli aggiornamenti di sistema, disponibilità permettendo. A questo punto dovrebbe essere ben chiaro nelle vostre teste il motivo per cui Apple non tolleri nemmeno minimamente l’idea di permettere ai vari operatori di scalfire il proprio sistema operativo.

L’andazzo, tuttavia, non è sempre questo. Può infatti accadere che i vari brand dispongano degli ultimi aggiornamenti ancor prima del dispositivo “senza marchio”. É stato il caso di Samsung Galaxy S 5, la cui variante no-brand non dispone tutt’ora dell’ultima versione di Android 5.0 Lollipop, mentre le due alternative targate Vodafone e 3 l’hanno già ricevuta rispettivamente il 9 e il 13 gennaio. Il motivo di questo andazzo potrebbe nascondersi dietro a semplici pratiche di pubblicità: non è raro, infatti, che di questi tempi Vodafone disponga prima degli altri brand degli aggiornamenti dei propri prodotti. Dietro tutto ciò potrebbero nascondersi dei veri e propri accordi con i produttori sul rilascio anticipato dei vari update, anche se in una versione meno complottista tutto potrebbe trovare una spiegazione in semplici termini di diffusione del terminale, che essendo di fascia alta potrebbe essere stato commercializzato maggiormente presso un determinato operatore. Tutto ciò, in ogni caso, non giustifica da parte di Samsung il mancato rilascio – fin ora – di Lollipop per la versione no-brand del proprio prodotto di punta.

Conclusioni

Tolte le varie ragioni di tipo economico precedentemente analizzate e il raro caso sopracitato per cui un dispositivo “brandizzato” si ritrova a ricevere un aggiornamento prima delle versioni non munite di brand; quali sono, dunque, le motivazioni per cui qualcuno dovrebbe acquistare un dispositivo nella versione personalizzata dal proprio operatore telefonico? A favore di ciò possiamo sicuramente elencare il supporto tecnico soventemente offerto direttamente dallo stesso brand telefonico. Inoltre è possibile (ma non troppo probabile) che il modem del terminale in questione sia ottimizzato per operare al meglio con un determinato operatore.

Tuttavia, è difficile pensare che a fronte di cotanti difetti gli utenti decidano autonomamente di muoversi verso un dispositivo “brandizzato”, valutandone i sopracitati parametri: è invece più probabile che un’acquisto di questo genere trovi ragione nella sempre più dilagante ignoranza da parte del consumatore verso tutto ciò che è tecnologico – in particolare verso gli smartphone – il cui acquisto in gran parte dei casi non viene effettuato per vera necessità, ma per pura e semplice moda. Questa, però, è un’altra storia, che nel caso foste interessati vi invito ad approfondire tramite l’analisi di un collega.

(Photo Credit: ConnectedMonster)