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Need for Speed Payback recensione: una buona base non sfruttata al meglio

Need for Speed Payback recensione: una buona base non sfruttata al meglio

Un'esperienza che si è rivelata principalmente positiva, ma che allo stesso tempo ha rivelato alcune pecche non indifferenti. Scopri di più nella nostra recensione / Ultima modifica il

Andando ad alternarsi con le più classiche simulazioni di guida, la serie Need for Speed ha da sempre rappresentato il divertentissimo diversivo con cui tutti i giocatori, anche i meno esperti, potevano lanciarsi in corse mozzafiato con le auto più veloci al mondo. Nel corso degli anni, l’opera firmata Electronic Arts ha subito alti e bassi, dall’epoca d’oro dei primi Hot Persuit ed i successivi Underground, ad alcuni capitoli facilmente dimenticabili come Need for Speed Pro Street o il pessimo Need for Speed Undercover. Due anni fa, lo studio Ghost già responsabile del precedente reboot di Need for Speed Most Wanted e prima ancora della serie Burnout, ha voluto ridare nuova linfa al brand con la pubblicazione di Need for Speed, titolo specificamente utilizzato per simboleggiare una vera e propria rinascita. Considerando le buone basi, nonostante alcuni difetti, c’era grande attenzione nei confronti del nuovo Need for Speed Payback. Un’esperienza che si è rivelata principalmente positiva, ma che allo stesso tempo ha rivelato alcune pecche non indifferenti che ci hanno fatto chiedere Quanto gli utenti hanno ancora bisogno di un nuovo Need for Speed? Scoprite il  verdetto, dunque, all’interno della nostra recensione di Need for Speed Payback.

Tra Strip, deserto, polizia e cacce al tesoro

Ad eccezione del cambio di contesto, di cui parleremo meglio in seguito, Need for Speed Payback si regge nuovamente sulle medesime basi del precedente capitolo. La struttura di fondo rimane quella di un ambiente open world liberamente esplorabile a bordo delle nostre vetture, in cui la suggestiva cornice notturna del titolo datato 2015 si sposta in un ambiente maggiormente definito e, soprattutto, più aperto ad accogliere le novità di gameplay di questo nuovo capitolo.

Lo sfondo è quello di Fortune Valley, libera trasposizione del deserto del Nevada in cui potremo alternarci tra classiche corse clandestine tra le strade cittadine di una rivisitata Las Vegas e folli gare in mezzo al deserto a bordo di potenti mezzi fuoristrada. In questo senso, sin dai primi minuti si fa notare l’ispirazione ad alcuni produzioni recenti, una su tutte Forza Horizon 3, in cui proprio l’alternanza tra veicoli molto differenti per stile di guida rappresentava la vera forza di quel titolo. In questo caso, Need for Speed Payback gestisce questa meccanica non tanto limitandosi al gameplay nudo e crudo, ma contestualizzando il tutto all’interno di una vera e proprio struttura narrativa. Ad accompagnare i diversi eventi di gara, infatti, troviamo una trama basata su storie di vendetta, rapine e tradimenti, in cui una crew di quattro ragazzi cerca di farsi strada tra le fila di una potente organizzazione criminale – la Loggia – che gestisce le corse clandestine dell’intera regione.

L’intera vicenda, dobbiamo ammetterlo, non riesce a rendere particolarmente per tutta la sua durata, basandosi su stereotipi ed elementi ricorrenti che negli ultimi anni hanno decisamente stancato anche sul grande schermo (d’altronde l’ispirazione agli ultimi episodi Fast & Furious rimane palese). I protagonisti non riescono a raggiungere un livello di caratterizzazione sufficiente, così come l’evoluzione narrativa; un mero pretesto che, in caso contrario, avrebbe limitato il gioco ad un semplice susseguirsi di eventi retti sul nulla.

E dire che, nonostante la distanza netta dai livelli di eccellenza di Forza Horizon 3, Need for Speed Payback avrebbe avuto la possibilità di alzare l’asticella sfruttando a dovere l’elemento di rottura rispetto alle altre produzioni dello stesso genere: le rapine e gli inseguimenti con la polizia.

Sin dai primi trailer mostrati allo scorso E3 2017, appariva chiaro come EA e Ghost volessero focalizzarsi proprio sulla spettacolarizzazione degli inseguimenti con le volanti della polizia, tornando ai livelli massimi raggiunti solo con il remake dell’ultimo Hot Persuit. Purtroppo, ciò che venne mostrato allora nei brevi filmati di intermezzo è rimasto sostanzialmente immutato, limitando gli inseguimenti a fasi decisamente troppo guidate, complice un’intelligenza artificiale decisamente generosa nei nostri confronti e che lascia davvero poco spazio ad un’azione vera. Quello che, dunque, avrebbe potuto rappresentare il cuore pulsante di questa esperienza, si è rivelato un divertente, quanto blando, intermezzo tra i più canonici eventi di gara.

Passando oltre, se da una parte premiamo l’ottimo parco auto presente nel gioco, con una selezione che spazia dalle auto di importazione alle supercar europee, fino ai fuoristrada e alle più rombanti muscle car americane, dall’altra non eccelle per niente il sistema di progressione alla base di Need for Speed Payback.

La questione del grinding e delle microtransazioni

In questo caso occorre precisare come ci siamo confrontati con il sistema di progressione e potenziamento del gioco. Prima di tutto, il sistema viene diviso in due tronconi ben differenziati: da una parte abbiamo il sistema di personalizzazione estetico delle vetture, che in questo caso offre una buona quantità di varianti sia sui pezzi di carrozzeria, sia soprattutto sulle livree.

I pezzi aggiuntivi di carrozzeria possono essere sbloccati semplicemente portando a termine una serie di obiettivi all’interno del gioco, come percorrere una certa distanza nella mappa, vincere un certo numero di gare e così via. Le livree, invece, offrono la possibilità di personalizzare la propria vettura con un classico sistema di disegni a strati (esattamente come ci hanno sempre abituati i capitoli della serie Forza), ma anche di accedere all’enorme catalogo di livree create dagli altri utenti ed applicabili gratuitamente.

Dall’altra parte, invece, troviamo un vero e proprio sistema di progressione a livelli, con cui potremo affrontare eventi di difficoltà crescente. Tuttavia, non sarà il nostro livello di pilota a determinare la potenza della nostra vettura in pista, ma i potenziamenti che potremo applicare al motore. Questi vengono strutturati in un sistema di “Speed Card” di livello variabile, sbloccabili tramite loot box, oppure – molto più raramente – tramite i token ottenibili con la progressione in-game. Le loot box, in particolare, possono essere acquistate tramite pagamento in valuta reale, facendo tornare in maniera evidente lo spettro delle microtransazioni. Siamo alle solite, dunque. Dopo la lunga scia di polemiche prima e dopo il lancio di Star Wars Battlefront 2, anche Need for Speed Payback si è ritrovato al centro di questo tipo di polemica. Da questo punto di vista, nei primi giorni di lancio il vantaggio proveniente dall’acquisto di loot box tramite pagamento in denaro era decisamente evidente, soprattutto per quanto riguarda la componente multigiocatore di Need for Speed Payback. Successivamente all’esplosione definitiva della discussione, tuttavia, EA ha cercato di porre rimedio aumentando la reputazione ed il denaro ottenibili con la semplice vittoria negli eventi, andando a stemperare – ma nemmeno troppo – la necessità di effettuare acquisti tramite microtransazioni.

In questo caso torna utile riprendere il caso della recensione di La Terra di Mezzo Ombra della Guerra, all’interno della quale abbiamo trattato la questione delle microtransazioni presenti nel gioco e giudicando questa meccanica lontana dal rappresentare un obbligo per la progressione del personaggio. Va detto, dunque, che nel caso del titolo di Warner Bros la quantità di attività secondarie presenti limitava molto la dispersione delle ore di gioco nel grinding, lasciandogli acquisti opzionali come ultima spiaggia. Passando a Need for Speed Payback, al contrario, abbiamo dovuto constatare come l’intera mappa di gioco non sia in grado di offrire una vera e propria varietà di eventi tali da non far scadere il gioco nella noia.

Prendiamo, ad esempio, l’aspetto dell’esplorazione della mappa di gioco. In questo caso le attività disponibili sono sì diverse, ma tutte abbastanza piatte, come nel caso della classica ricerca dei cartelloni da distruggere, diventato ormai una presenza fissa nei titoli a firma Ghost. Il piacevole diversivo, in questo caso, è rappresentato dalla ricerca dei veicoli extra, in cui saremo portati a compiere delle vere e proprie cacce al tesoro per ricostruire da zero dei mezzi davvero unici, vagando per i più remoti angoli della mappa a scovare i diversi componenti. Questa possibilità, tuttavia, non comporta il guadagno di crediti o di pacchetti potenziamento, limitandosi ad un piacevole extra, ma limitato comunque al solo sblocco di alcune auto aggiuntive.

Un sistema di guida immediato, divertente, ma ancora vittima di alcuni difetti storici

Passando, però, alla vera e propria Voglia di velocità, come se la cava il nuovo Need for Speed Payback nelle vere e proprie gare? In questo caso il gameplay di Payback è risultato per la maggior parte divertente ed immediato, fondandosi su un sistema di guida strettamente arcade, ma tale da esprimere nel migliore dei modi la spettacolarità di ogni singolo evento.

Il comportamento delle vetture, infatti, ve ben oltre le meccaniche del realismo e della simulazione che abbiamo trovato in capitoli come quelli della parentesi Shift, ponendo anche i giocatori meno esperti nella condizione di padroneggiare anche gli eventi più ostici senza troppe difficoltà; a volte persino troppo. Prendiamo, ad esempio, l’utilizzo che viene fatto del freno a mano, strumento che in Need for Speed Payback permette sempre – ma proprio SEMPRE – di mantenere un assetto perfetto anche con i veicoli più rigidi. La semplice pressione immediata del freno a mano all’imbocco di una curva, infatti, permette di effettuare una manovra precisa ed in grado di darci notevole velocità in uscita, dandoci modo di guadagnare diverse posizioni senza il minimo affanno.

Per andare in contro a questo vantaggio, dobbiamo constatare che il livello di sfida dei nostri avversari si basa – ancora una volta – sullo sfruttamento evidente dell’ormai noto “effetto elastico“. Anche dopo aver preso un notevole vantaggio in testa al gruppo, infatti, anche gli avversari più lenti sono in grado di guadagnare nuovamente terreno su di noi grazie a semplici boost gestiti dal gioco, spingendoci a non commettere il minimo errore (errori che sono comunque estremamente difficili da compiere) anche dopo aver staccato di diversi secondi i nostri inseguitori.

C’è da dire che questo difetto storico rimane evidente soprattutto nelle classiche gare su strada, ponendo su un livello qualitativo maggiore la novità rappresentata dalle corse fuoristrada. In questo caso la guida arcade di Need for Speed Payback raggiunge i livelli sperati, con maggiore divertimento nel cercare di disegnare le proprie traiettorie e permetterci anche di osare qualche scorciatoia improvvisata, vista la presenza davvero minima di barriere invisibili. Le diverse tipologie di veicolo, infatti, rimangono ben differenziate e riescono a rendere al meglio le caratteristiche di ogni singolo evento, dalle classiche gare su strada a quelle nel deserto, ma anche negli eventi dedicati al drift o agli inseguimenti a bordo delle più costose auto europee.

Proprio in virtù di questi alti e bassi sarebbe stato più apprezzabile riuscire a concatenare meglio la diversità dei diversi tipi di gara, coinvolgendo davvero il giocatore in una serie di eventi differenti tra strade cittadine, autostrade e deserto e non staccando in maniera netta le corse fuoristrada da quelle su strada in base al personaggio o alla crew che si andava ad affrontare. In questo senso, si fa dunque sentire una certa indifferenza nei confronti della suggestiva mappa di gioco, che rischia di rimanere sempre di più un mezzo con cui spostarsi da una gara all’altra (sempre meno, peraltro, vista la possibilità di effettuare i viaggi rapidi in diversi punti della mappa).

Una bella cornice rovinata dal pop-up (anche sonoro)

Un pregio indiscutibile di Need for Speed Payback è l’aver saputo indovinare l’ambientazione perfetta in cui inserire tutte le diverse componenti del gameplay, alternando in maniera intelligente i contesti cittadini, il deserto e le velocissime autostrade in una mappa di gioco suggestiva e molto estesa. In questo senso gioca un ottimo ruolo anche l’utilizzo del ciclo giorno/notte, capace di variegare ancora di più la cornice di gioco. Peccato che in questo caso il Frostbite Engine di EA abbia giocato qualche brutto scherzo alla resa finale del titolo.

Parliamo, nello specifico, della presenza di un fastidioso e persistente effetto pop-up, che affligge la profondità di campo andando a far comparire diversi elementi dell’ambientazione solo una volta giunti in prossimità di questi. Un difetto, quest’ultimo, che pur non influenzando particolarmente il gameplay vero e proprio, non riesce comunque a raggiungere i livelli sperati considerando gli ottimi risultati che questo motore grafico è sempre riuscito a raggiungere.

Dall’altra parte premiamo comunque il buon livello raggiunto con la realizzazione dei veicoli, ben definiti sia nelle loro basi originali, sia per quanto riguarda ogni genere di personalizzazione estetica. Vero anche, da questo punto di vista, che l’altissimo livello di alcune livree originali è stato reso possibile in particolare al lavoro certosino degli stessi utenti, lasciando agli sviluppatori davvero il minimo indispensabile in questo specifico aspetto.

Alti e bassi anche per quanto riguarda il comparto sonoro, forte da una parte di un’ottima colonna sonora, ben variegata ed inserita all’interno del contesto, ma che pecca leggermente per quanto riguarda il livello del doppiaggio. In questo caso non parliamo in senso generico della localizzazione italiana, comunque di buona qualità, quanto della presenza – anche in questo caso – di una sorta di fastidioso pop-up. A differenza di quanto descritto dal punto di vista grafico, in cui il pop-up rappresenta un fenomeno puramente tecnico, in questo caso il termine si avvicina più al fastidio di trovarsi di fronte alla comparsa di elementi indesiderati, proprio come i classici pop-up durante la navigazione sul web. Questo fenomeno si concretizza all’interno di Need for Speed Payback con la presenza di commenti dei personaggi assolutamente banali e fuoriluogo, con frasi programmate in occasione di determinati eventi come “cala la notte, finalmente è ora di scatenarsi”.

Si potrebbe tranquillamente affermare che Need for Speed Payback si è rivelata un'occasione sciupata. Il titolo, infatti, offre degli ottimi presupposti, con una struttura open world che di base funziona ed un gameplay sostanzialmente divertente ed immediato. Viceversa, purtroppo, i diversi elementi capaci di caratterizzare veramente Need for Speed Payback non riescono a legarsi insieme nel migliore dei modi, con meccaniche di gameplay buone, ma incapaci di inserirsi all'interno di un contesto narrativo convincente. Secondariamente, permane lo spettro del grinding che spingerebbe i giocatori all'acquisto di boost tramite spese in valuta reale. Un aspetto sì evitabile semplicemente giocando, ma che almeno nei primi giorni di gioco ha pesato un po' troppo sulla continuità dell'intera esperienza.

Pro
Gameplay arcade immediato e divertente
La base open world funziona…
Buoni livelli di personalizzazione delle auto
Contro
Trama piuttosto banale
…ma non viene sfruttata a dovere
Sistema di progressione da rivedere
Tecnicamente carente
valutazione finale6

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