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Material Design: dopo Android L il futuro dell'OS passa da qui

di Giovanni Matteiaggiornato il 27 maggio 2015

Correva l’anno 2012 quando decisi di vendere il mio glorioso iPhone 4S per passare al “nemico”. Stanco di alcune cose che tuttora mi spingono a restare fedele alla scelta che presi 2 anni e mezzo fa, il passaggio ad Android ha segnato per me la svolta sotto diversi punti di vista.

Sebbene non fosse la prima volta che mi rapportavo al robottino verde, avevo un LG Optimus Prime (inutilizzabile per quanto facesse pena Android all’epoca), mi dovetti ricredere quando per la prima volta, acceso il Nexus 4, (ri)entrai in contatto con il sistema operativo made by Google.

In questi due anni e mezzo sono cambiate tantissime cose. Android è finalmente diventato maturo abbastanza da tener testa senza problemi ad iOS, e anche i vari partner di Google hanno iniziato ad offrire delle customizzazioni che, in alcuni casi, permettono di fruire di un’esperienza curata e di primo livello.

Ovviamente c’è sempre il rovescio della medaglia e chi vi parla lo conosce bene.

Nuovo framework, vecchie speranze

[quote_destro]UI ed UX vanno sempre a braccetto[/quote_destro]Negli anni passati, al rilascio di una major release combaciava il rilascio di un nuovo framework che (sulla carta) permetteva di restituire all’utente animazioni, transizioni, effetti grafici e fluidità, che per diversi anni sono stati il tallone d’Achille di Android. A distanza di diversi anni dalla sua introduzione, Cocoa Touch il framework sviluppato da Apple per la gestione dell’ambiente grafico su iOS, continua ad offrire su dispositivi montanti componenti hardware “inferiori” sulla carta, una resa grafica che in alcuni casi è in grado di far impallidire i top di gamma più blasonati.

Per alcuni versi questi “piccoli” problemucci continuano ad affligere alcuni dispositivi quali per esempio il Samsung Note 3 o l’ultimo arrivato in casa LG, il G3. Benché tutto sommato, l’esperienza generale rimane ad alti livelli, questo mostra che in alcuni settori ci sta ancora molto su cui lavorare.

Project Butter, introdotto con Jelly Bean – il penultimo sistema operativo rilasciato prima dell’avvento di KitKat – era nato proprio per questo; rendere ogni elemento grafico, ogni transizione, scorrevole come il burro. È vero, il nome non è uno fra i più azzeccati da abbinare ad un concetto tecnologico, ma rende bene l’idea. La rende talmente bene che Google, come non mai, ha spinto su questo punto in modo quasi ossessivo. E ha fatto bene.

Il perché è semplice: chi spende 500-600€ per un telefono top di gamma, non vuole assolutamente vedere tentennamenti o rallentamenti di alcun genere. Del resto chi comprerebbe mai una Ferrari che in terza “spinge” meno di una Panda 4×4? Nessuno.

Gli OEM sono il problema

Gli OEM sono il problema, o per lo meno sono una parte (grossa) del problema. Il perché lo si capisce accendendo un qualsiasi telefono Android che non sia un Nexus. Customizzazioni pesantissime della UI, stravolgimenti che arrivano anche a toccare nel profondo il codice stesso di Android, sono responsabili il 99% delle volte di tutti i problemi che menzionavo poco più su. Google non è fessa e sta correndo ai ripari.

Due indizi mi portano a credere che da qui a pochi mesi le cose potrebbero cambiare radicalmente. Il primo, consiste nell’aver “incatenato” i vari produttori OEM a non sfiorare nemmeno con un dito la UI di tutti i dispositivi Android Wear attuali e tutti quelli che usciranno in futuro sul mercato. “Abbiamo visto cosa avete combinato con gli smartphone e tablet montanti Android e non possiamo più permettere che questo accada anche con gli smartwatch”, sembrano essersi detti i vari dirigenti Google nella stanza dei bottoni.

Il secondo, è da ricercare nell’idea stessa che ha portato alla nascita del framework che il prossimo autunno sarà la linfa vitale del motore grafico di Android L.

Material Design: sarà la svolta?

Chi fa sul serio in ambito informatico, una delle prime regole che impara a memoria è la seguente: UI ed UX vanno sempre a braccetto. Per tutti quelli che si stanno domandando di cosa sto parlando, mi riferisco all’interfaccia utente e all’esperienza utente. Due paradigmi questi, su cui si basa il successo di iOS e, in alcuni casi, il “fallimento” di Android.

Il perché è da ricercare nell’estrema frammentazione dell’esperienza utente che, per ogni dispositivo rilasciato da questo o quel produttore, cambia continuamente e il più delle volte senza un preciso motivo. Compro un telefono Samsung e ho la TouchWiz che modifica, orribilmente a mio avviso, l’interfaccia utente; compro un dispositivo HTC e trovo la Sense che, ancora, è diversa rispetto a quella per esempio di un LG. Insomma, stesso sistema operativo, miriadi di differenze che per chi non è smanettone come il sottoscritto, alla lunga inficiano l’esperienza utente.

Fortunatamente la musica sta per cambiare ed un assaggio di quel che sarà l’abbiamo visto durante la presentazione di quello che questo autunno verrà rilasciato da Google, con il nome di Android L. Il Material Design si proprone come unificatore dell’esperienza utente nonostante l’universo estramamete eterogeneo dei dispositivi Android. Icone flat, palette di colori caldi e sgargianti, fanno del Material Design il più grosso balzo in avanti dal punto di vista estetico sin da quando nel 2010 Matias Duarte, ex direttore del design dell’ormai defunta Palm, è entrato a far parte del team che si occupa appunto dell’interfaccia grafica e dell’esperienza utente all’interno di Android.

Per gli amanti del robottino verde, l’arrivo del nuovo motore grafico consiste nel godere a pieno di un’esperienza utente ricercata, studiata ed eseguita con l’unico scopo di unificare piuttosto che dividere. Android è da sempre sinonimo di libertà di modificare, cambiare, stravolgere ogni minimo aspetto del sistema operativo e il progetto portato avanti da Google non si muove di un solo centimetro nella direzione opposta; bensì, è un atto di amore nel voler finalmente portare l’intera esperienza utente ad un livello più alto, più maturo e più consapevole che è arrivato il tempo di liberarsi da vecchi schemi mentali.