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Kingdom Hearts 3 recensione: un ultimo giro di chiave

Kingdom Hearts 3 recensione: un ultimo giro di chiave

Dopo la lunga attesa ed uno sviluppo travagliato, siamo finalmente pronti a darvi le nostre opinioni su Kingdom Hearts 3 / Ultima modifica il

Sembra quasi diventato un meme ridondante, ma quando a una grande serie videoludica si accompagna il numero 3, non tutto va per il verso giusto. Si potrebbero citare decine di casi, da alcuni sorprendenti exploit a fallimenti critici, ma quella di Kingdom Hearts 3 è probabilmente una storia del tutto diversa. Già, Kingdom Hearts 3. Un titolo che ha assunto connotazioni quasi impensabili, assurgendo alla figura di un unicorno inarrivabile quando, ormai dopo 10 anni di travagliato sviluppo, si credeva fosse diventato un qualcosa a metà strada tra un miraggio ed una barzelletta. Eppure ci troviamo qui, oggi, a poter finalmente analizzare l’ultima opera della strana coppia Disney-Square Enix, dopo una lunga, quasi eterna attesa, con Kingdom Hearts 3 recensione.

Trama: 3 è solo un numero, nulla di più

Mettiamo subito le cose in chiaro: se dovessimo giudicare l’intera saga di Kingdom Hearts prendendo in esame unicamente i capitoli cosiddetti “canonici” ci troveremmo a definire una serie di videogiochi di buon livello, originali a loro modo; e nulla di più. Questo perché, esattamente come per il primo ed il secondo capitolo, anche Kingdom Hearts 3 non è ascrivibile alla categoria vera e propria dei “giochi principali”. Negli anni, infatti, croce e delizia di questa travagliata saga è sicuramente il complicato processo di distribuzione ed interazione dei diversi episodi; dai capitoli per PS2 alle esclusive per console portatili Nintendo, a PSP, fino a giungere alle opere più recenti per smartphone.

Mai come in questa saga, quindi, il termine spin-off ha perso così tanto significato. Kingdom Hearts non ha spin-off veri e propri. Se volete comprendere ed assaporare pienamente lo scenario narrativo di questo particolare universo ogni singolo titolo diventa assolutamente imprescindibile; e in questo senso, lo ribadiamo, il 3 di quest’ultimo capitolo è di fatto solo un numero.

Considerando questi presupposti, accompagnati dai noti problemi nelle diverse fasi di sviluppo di Kingdom Hearts 3, la speranza che Square Enix riuscisse effettivamente a chiudere un arco narrativo tanto intricato in maniera netta e soprattutto credibile stava diventando quasi utopistico. E contrariamente alle – in molti casi – basse aspettative, Kingdom Hearts 3 c’è riuscito. Non andremo ad addentrarci in maniera profonda all’interno delle tante sfumature della narrativa di Kingdom Hearts 3, ma ci limiteremo in questo caso ad analizzare le mosse che hanno portato a questa “conclusione”. Le virgolette – è necessario anticiparlo – sono dovute, in quanto, contrariamente a quanto tanti si sarebbero aspettati, Kingdom Hearts 3 non mette la parola fine a questa saga; non del tutto, almeno.

Nelle fasi conclusive dell’ultimo Dream Drop Distance abbiamo lasciato la nostra storia ad un punto di svolta cruciale, in seguito al quale erano state definitivamente gettate le basi per uno scontro risolutivo tra la luce e l’oscurità. Da una parte i guardiani della luce guidati da Re Topolino e Riku, quest’ultimo neo-maestro del Keyblade ed impegnato insieme al suo compagno di viaggio a liberare dal regno dell’oscurità Aqua. Dall’altra il redivivo maestro Xehanort, ormai pronto alla battaglia finale dopo essere riuscito a riunire a sé altri 12 frammenti del suo stesso cuore da diversi archi temporali. E Sora? Già, Sora…

Il protagonista principale dell’intera vicenda giunge all’esordio di Kingdom Hearts 3 senza quell’evoluzione che ci saremmo aspettati. Sora è un eroe del tutto singolare rispetto a tanti cliché cui siamo stato abituati molto spesso in passato. Non è un eroe infallibile, né tantomeno un illuminato. Al contrario, la personalità di Sora è tanto fragile quanto lo è il suo stesso ruolo di protagonista. Con il passare delle ore ed avvicinandoci sempre più alle fasi finali della vicenda, potremmo quasi definire Sora come un antiprotagonista, un tramite attraverso il quale agiscono forze superiori e spesso sconosciute allo stesso ragazzo.

Non a caso, ed è questo uno degli aspetti che più di tutti ci ha fatto storcere il naso durante l’intera prova, la vera e propria evoluzione narrativa di Kingdom Hearts 3 avviene alle spalle di Sora, Paperino e Pippo, questi ultimi impegnati nuovamente ad esplorare nuovi mondi per ritrovare i poteri (ancora una volta) perduti. Un espediente che abbiamo già dovuto affrontare nei capitoli precedenti come giustificazione di un reset totale della progressione dei personaggi, ma che in questo caso non riesce ad amalgamarsi al meglio con l’evoluzione narrativa del gioco. Kingdom Hearts 3, dunque, è un gioco spaccato in due parti: la prima, in cui sono protagonisti i nuovi e vecchi mondi Disney, rappresenta un apprezzabile esercizio di stile dal punto di vista del game design, ma quasi del tutto slegato dalla trama principale. Una sorta di insieme di mini-episodi autoconclusivi, in sostanza. La seconda parte, e nettamente più breve, va invece a chiudere una volta per tutte l’arco narrativo di Xehanort, con un crescendo di emozioni molto concentrato, a suo modo esplosivo, ma non perfetto.

L’intero epilogo della vicenda, infatti, viene compresso in maniera netta rispetto alle fasi iniziali di Kingdom Hearts 3, mostrando da una parte una serie rapida di colpi di scena notevoli, capaci di chiudere gran parte delle tante sotto trame aperte negli anni precedenti; ma dall’altra, in molti casi la direzione di Nomura evidenzia la necessità di utilizzare la classica figura del Deus Ex Machina come passe-partout per dare un minimo senso logico a tutti gli eventi narrativi. Una semplificazione che ha sicuramente un senso logico in fin dei conti, ma resta pur sempre una semplificazione.

E nonostante tutto, non possiamo non ammettere che alcune scene della fase conclusiva di Kingdom Hearts 3 riescono a catturare i grandi appassionati di lunga data della saga, con alcuni scenari a fare da sfondo agli scontri finali che sembrano far rinascere l’anima originale del grande designer che è Tetsuya Nomura. Il solo fatto che l’intera vicenda ha un’effettiva e risolutiva conclusione rappresenta già di per sé un miracolo, se non ci fosse stato un grosso MA finale di cui non possiamo discutere senza importanti spoiler. Vi basti sapere che, come anticipato, Kingdom Hearts 3 rappresenta solo in parte un vero e proprio capitolo conclusivo. E per certi versi questa potrebbe non rivelarsi come la più saggia delle scelte; motivazioni commerciali a parte.

Gameplay: frenesia e divertimento allo stato puro

Nulla, invece, si può imputare a Kingdom Hearts 3 dal punto di vista del gameplay. Se, come abbiamo detto precedentemente, la maggior parte della vicenda principale risulta pressoché irrilevante in termini di evoluzione narrativa, al contrario rende protagonista un gameplay estremamente divertente, stratificato e positivamente frenetico.

In un certo senso, il combat system di Kingdom Hearts 3 rappresenta una summa di tutti i sistemi impiegati in precedenza, fondendo le basi decisamente più ruolistiche del primissimo capitolo (compreso qualche piccolo elemento non svecchiato al meglio, come il sistema difensivo di parate e schivate) alla frenesia degli episodi più votati all’azione; uno su tutti, Birth By Sleep. Ogni singolo scontro tra il nostro trio e le orde di Heartless e Nobody ci apre ad una moltitudine di approcci, da quella più basica fatte di attacchi fisici e tecniche speciali, a quella più strategica in cui incantesimi, parate e schivate si rendono necessari contro i nemici più ostici.

Se in precedenza la nostra arma bianca, il Keyblade, rappresentava un elemento che progrediva nelle statistiche offensive e difensive ad ogni nuova variante, in questo terzo capitolo subisce un’evoluzione molto differente. Da una parte, infatti, ogni Keyblade è comunque dotato di alcune statistiche basilari, in particolare per quanto riguarda le capacità offensive fisiche e magiche, dall’altra le vere differenze sono portate dalle tecniche speciali utilizzabili con uno specifico Keyblade. Queste tecniche funzionano sempre in maniera univoca: al termine di una serie di combo concluse con successo, ci sarà data la possibilità di trasformare il Keyblade in una forma differente, con nuove tecniche e soprattutto con un attacco finale a tempo di potenza variabile. Un elemento in parte già visto in Kingdom Hearts 2 e, appunto, nel già citato Birth By Sleep, ma che in Kingdom Hearts 3 viene migliorato anche con un occhio scenografico non indifferente.

Grazie a questa possibilità, inoltre, non esistono dei veri e propri Keyblade più forti di altri, in quanto tutti saranno potenziabili con la raccolta di nuovi materiali per poter raggiungere le loro statistiche finali, e sarà nostra scelta quale equipaggiare durante un determinato scontro. Nuova possibilità, infatti, è anche quella di poter cambiare Keyblade in tempo reale, potendo equipaggiare Sora di ben tre armi contemporaneamente. Insieme al ritorno delle tecniche combo con i nostri compagni di squadra, altra importante aggiunta è quella delle Attrazioni Disney, ossia nuove tecniche speciali in cui i protagonisti sono le più apprezzate e rinomate attrazioni di Disneyland. Dal trenino alle tazze roteanti fino ai gommoni sulle rapide, queste attrazioni garantiranno degli attacchi ad area molto potenti e dei veri e propri salvataggi last-minute nelle fasi più complicate dei combattimenti. Neo di questo elemento, è purtroppo, la facilità e la frequenza con cui si possono utilizzare, davvero troppo alta. Dopo i primi utilizzi guidati anche dalla curiosità, a lungo andare diventano unicamente una presenza quasi fastidiosa. Se le attrazioni fossero state inserite in maniera più occasionale e mirata, sicuramente si sarebbero potute apprezzare maggiormente.

Kingdom Hearts 3 brilla, dunque, per la spettacolarità di ogni singolo combattimento, anche il più banale, ma risulta carente al contrario per quanto riguarda due elementi molto collegati: il primo è la difficoltà media del gioco, spostata decisamente verso il basso sia a livello normale, ma in parte anche alle difficoltà più basse; il secondo, e in parte conseguenza della maggiore accessibilità, è la carenza di boss fight veramente epiche. Nemmeno nelle fasi finali, purtroppo, ci siamo trovati ad essere seriamente in difficoltà durante una boss fight, cosa che ci ha portato a prevalere abbastanza facilmente sul nemico unicamente con uno spam continuo di combo e tecniche speciali. Manca, dunque, una vera e propria necessità strategica rispetto al passato, in cui scontri come quelli contro Sephirot richiedevano una preparazione veramente dettagliata ed uno studio minuzioso dei movimenti dell’avversario.

Molto apprezzato, invece, è il netto passo in avanti per quanto riguarda gli spostamenti tra i diversi mondi a bordo della Gummiship. Precedentemente considerato un semplice intermezzo interattivo tra un’avventura e la successiva, in Kingdom Hearts 3 la Gummiship guadagna una dimensione molto più definita ed indipendente, con una serie di quest dedicate e un sistema di progressione più stratificato. Allo stesso modo non abbiamo potuto che lodare alcuni mini-giochi integrati nei diversi mondi, come ad esempio le battaglie navali presenti all’interno del mondo dei Pirati dei Caraibi, con tanto di sistema di potenziamento della propria nave; o addirittura alle tante possibilità offerte dai mini-giochi ispirati ai vecchi Game & Watch di Nintendo.

Infine, qualche parola non proprio lodevole la dobbiamo spendere per la fase di end-game di Kingdom Hearts 3. Ad una difficoltà di gioco normale, è possibile portare a termine agilmente il gioco intorno al livello 42, con un livello massimo raggiungibile al 99. Si potrebbe pensare, in questo senso, che al termine della vicenda principale ad attendere il giocatore ci saranno diverse attività di difficoltà sempre crescente. Quelle classiche attività che in passato abbiamo ritrovato, ad esempio, nei tornei e nelle successive boss fight sul Monte Olimpo. Purtroppo, le uniche attività di end-game presenti in Kingdom Hearts 3 si limitano alla possibilità di potenziare i propri Keyblade fino a forgiare le vere e proprie armi finali, e di accedere ad alcuni portali per il regno dell’oscurità in cui affronteremo battaglie più complesse, ma mai veramente proibitive come in passato. Naturalmente, questo discorso potrà ribaltarsi nel momento in cui verranno annunciati i prossimi contenuti post-lancio, promessi dallo stesso Nomura e senza la necessitò di un pass stagionale.

Grafica e audio: una gioia per gli occhi, con piccoli scivoloni

Dal punto di vista del design e del comparto grafico e sonoro, Kingdom Hearts 3 rimane un importante punto di riferimento per l’eccellenza. Se in passato eravamo rimasti affascinati dalle trasposizioni tridimensionali dei protagonisti dei più importanti classici Disney, con Kingdom Hearts 3 si assiste ad un impatto visivo differente.

Il passaggio dai mondi classici a quelli degli ultimi lungometraggi di Disney Animation Studios e, soprattutto, Pixar, ha permesso il raggiungimento di un livello di fedeltà quasi assoluto. Personaggi come quelli del mondo di Toy Story, Frozen e Rapunzel vengono rappresentati con impercettibili differenze rispetto a quelli visti sul grande schermo, con i quali Sora, Paperino e Pippo si amalgamano in maniera perfetta, andando a creare delle versioni alternative dei film originali. In molti casi questi mondi vengono affrontati seguendo le vicende originali dei film fuse con la presenza dei nostri protagonisti, mentre in altri casi vanno addirittura a proporre vicende inedite. È questo il caso, ad esempio, del mondo di Monsters Inc, in cui assistiamo ad un vero e proprio sequel del film originale, capace quindi di donare anche un qualcosa in più dal punto di vista narrativo; pur limitato a quella singola vicenda.

In aggiunta a questo aspetto, l’impiego dell’Unreal Engine 4 come motore grafico ha permesso di raggiungere ottimi livelli qualitativi dal punto di vista visivo, ma anche una sorprendente fluidità durante l’azione di gioco. Testando la versione sia su PS4 che su PS4 Pro, in entrambi i casi il framerate risulta sbloccato, a vantaggio ovviamente di una maggiore stabilità su PS4 Pro; ma evidenziando un’ottima fluidità anche sull’edizione base della console Sony.

Purtroppo, però, è necessario evidenziare quanto lo sviluppo travagliato di Kingdom Hearts 3 abbia influenzato alcuni aspetti di design. Se da una parte ci troviamo ad affrontare mondi estremamente ricchi e variegati, come nel caso di Rapunzel e i Pirati dei Caraibi, dall’altra ci troviamo immersi in universi a volte suggestivi, ma particolarmente vuoti; quasi a sottolineare una certa fretta per portare a termine i lavori in tempo utile una volta per tutte. Basti pensare ai lunghi e deserti corridoi del mondo di Monsters Inc, o all’altalena di ripetitività di Frozen, ricco di escamotage per allungare il brodo.

Lodevole anche il comparto sonoro, forte di un lavoro di doppiaggio pressoché totale, donando voci ed animazioni non solo ai protagonisti, ma anche a tutti – seppur pochi – NPC all’interno del gioco. Di contro, non riesce a raggiungere l’eccellenza che aveva contraddistinto i precedenti capitoli la colonna sonora: se da una parte apprezziamo il ritorno di tanti brani classici tratti dai precedenti episodi, dall’altra le creazioni originali per questo specifico capitolo non brillano particolarmente, con brani tutt’altro che memorabili.

Kingdom Hearts 3 recensione: le nostre conclusioni

Kingdom Hearts 3 è degno figlio del suo travagliato processo di sviluppo, ed erede di un progetto profondo e complesso; forse eccessivamente complesso. Un titolo, quindi, con l’arduo compito di riuscire a donare una sensata conclusione ad una vicenda molto frammentata ed intricata, ma anche di portare una boccata di aria fresca per le nuove generazioni. Il risultato finale si trova nel mezzo, con il piccolo miracolo riuscito a Square Enix di chiudere in un modo o in un altro tutte le difficili sotto trame dei tanti capitoli precedenti, ma di contro facendolo in una maniera per certi versi troppo semplificata e frettolosa. Pur con un crescendo di emozioni, concentrato in particolare nelle ultimissime ore di gioco, Kingdom Hearts 3 non ha saputo del tutto convincerci che le scelte alle spalle di questo lunghissimo e complicato progetto abbiano dato i frutti sperati. E nonostante questo, è pur necessario ammettere che Kingdom Hearts 3 rimane un ottimo titolo da vedere, ma soprattutto da giocare, forte di un gameplay dinamico e coinvolgente, capace di nascondere i suddetti vuoti in maniera molto spettacolare e divertente.

Pro
Il solo fatto che si riescano a chiudere quasi tutte le vicende è un piccolo miracolo…
Gameplay dinamico e molto divertente
Tecnicamente lodevole
Contro
…ma molte questioni vengono semplificate in maniera frettolosa
Alcuni mondi decisamente meno ispirati di altri
End-game inconsistente
valutazione finale8.2