Vai a Tecnologia
Vai a Videogiochi
Vai a Fotografia
Vai a Casa

Google I/O 2015: da Android M a Brillo, passando per i servizi

di Claudio Carelliaggiornato il 23 maggio 2018

È già trascorso un anno quando la casa di Mountain View ci aveva mostrato ciò che la avrebbe portata a riconcepire un po’ il disordinato e confusionario Android, OS per dispositivi mobili che ha guadagnato, con la versione 5 (Lollipop), una nuova vita e un nuovo approccio al suo utilizzo. Dalla sua presentazione in forma “L” abbiamo poi assistito all’arrivo sui nuovi terminali di casa Google, Nexus 6 e Nexus 9, estremamente criticati ma ancora in grado di generare buone cifre di vendita. Oggi si apre un nuovo capitolo per Google: ha inizio il nuovo Google I/O 2015. Vediamo insieme, in questo focus, tutte le novità che l’azienda ha riservato per noi, e non solo sul lato Android – abbiamo anche numerosi servizi, nuove app e altre novità per il settore dei VR.

L’evento ha inizio: dopo un countdown con display a tutto sala basato su Pong e varie animazioni contenente numerosi riferimenti ai vari servizi Google, sale sul palco Sundar Pichai.

Android M: verso l’ottimizzazione di Lollipop

Si comincia sempre con i numeri. Secondo Google, otto device su dieci venduti nell’anno scorso sono powered by Android. Non solo smartphone: parliamo di ogni categoria di dispositivi, gamma sempre più ampia grazie alla versatilità di Android. Come si evolve l’OS per un mondo di tanti schermi?

Iniziamo parlando di Android Wear: è nato per due device, ora gira su sette. Android Auto sta raggiungendo i veicoli di 35 brand, da Hyundai a Ford, passando per GM e Mitsubishi. Android TV è presente su televisori a marchio Sony, così come su device indipendenti come la NVIDIA Shield TV. Tutto questo è disponibile grazie a Google Play, che si arricchisce di HBO Now – notizia felice per gli utenti americani.

Ma c’è anche una nuova versione di Android: M, disponibile in versione Developer Preview come L (Lollipop) l’anno scorso. Il focus principale è sul migliorare l’esperienza utente, dall’interfaccia alla velocità di sistema. Con Android M ci sono sei aree chiave dove Google ha agito: il primo è sulla sicurezza, con controlli granulari per i permessi delle app. Dave Burk ci mostra come ogni app adesso dovrà chiedere il permesso di accedere a dati sensibili, al primo accesso, come accade su iOS. I programmi dovranno quindi dichiarare apertamente se vogliono usare la fotocamera, i contatti, la posizione GPS e quant’altro. In ogni momento, dalla prossima versione di Android, potremo revocare i permessi di utilizzo di tali componenti direttamente delle app. Comodo, e molto richiesto da diversi anni.

Il secondo punto riguarda la esperienza web: si inizia con le Chrome Custom Tabs, schede personalizzate del noto browser disegnate intorno ad app. L’esempio che ci viene mostrato riguarda Pinterest: cliccando un link all’interno di un pin viene aperta una scheda di Chrome con delle opzioni personalizzate per il noto social, con tanto di login automatico senza intervento dell’utente. Il terzo focus si chiama App Links: Android ha già il sistema ad intenti, perfetto per passare da un’app all’altra che è compatibile per lo scambio di dati. Con App Link però automatizza il processo (per gli sviluppatori), permettendo di passare da un’app all’altra automaticamente, senza il classico pop-up che compare.

[img_sinistra][/img_sinistra]Il quarto punto è Android Pay: potremo usare il nostro telefono per i pagamenti mobile, come facciamo con Apple Pay su dispositivi iOS. I pagamenti passano attraverso una carta di credito virtuale, non con la nostra che però è ovviamente collegata all’account di Google per effettuare i pagamenti. Il funzionamento è molto simile a Google Wallet ma appare molto più compatibile e semplificata, ma come sempre sembrerebbe una funzionalità pensata per gli Stati Uniti. Verrà anche integrata nelle app per l’acquisto di beni fisici o virtuali, come ad esempio un biglietto aereo.

Il quinto punto si ricollega al quarto: per una maggiore sicurezza in fase di pagamento, Android M supporterà nativamente i lettori di impronte digitali visti su device come il recente Galaxy S6. Il sistema operativo sarà adesso capace di utilizzare direttamente il componenente hardware, alleggerendo il compito degli OEM (che finora hanno usato soluzioni proprietarie) ed eliminando la frammentazione. Anche qui, l’impronta può essere usata per l’acquisto con app, non solo nei negozi.

Ultimo punto: batteria! Android M sarà più intelligente nel gestire l’autonomia con una funzione denominata Doze. Con M, il device sarà capace di comprendere se andare in uno stato di “sonno profondo” nel momento in cui non lo si usa, utilizzando i sensori di movimento sui dispositivi e anche ascoltando le notifiche in arrivo. Grazie a M, a parità di dispositivo si può ottenere il doppio della durata in stand-by. Android M porta anche il supporto alle nuove porte USB Type-C viste sul nuovo MacBook di Apple. Google spingerà l’adozione di questo nuovo standard con questa versione di Android.

Ci sono anche novità minori, tra cui un nuovo metodo di selezione del testo, oppure il Direct Share, che permette di condividere file e link con le persone che contattiamo di più, saltando la selezione dell’app. Inoltre, M porterà controlli del volume rivisti rispetto a Lollipop, che erano stati molto criticati a causa della mancanza della modalità silenzioso.

Punti chiave decisamente interessante quindi, che troveranno riscontri immediati nella versione di anteprima, disponibile a partire da oggi su Nexus 5, 6, 9 e Nexus Player. La versione definitiva, probabilmente Android 6.0, arriverà in autunno.

[ultimoaggiornamento]Anteprima Android M[/ultimoaggiornamento]

Video anteprima Android M

Android Wear: nessuna novità imminente

Passiamo a parlare della piattaforma per wearable di Android, la cui apparizione non ha sorpreso nessuno all’I/O 2015. Infatti, non è stata presentata alcuna novità degna di nota – mentre in molti aspettavano una forte risposta all’Apple Watch, con il supporto alle chiamate e funzioni più avanzate per il fitness. È David Singleton di Google a mostrarci una timeline delle enormi migliorie che Wear ha ricevuto da giugno 2014 a questa parte. Questi update sono arrivati su tutti i device lanciati dalle varie case, grazie agli aggiornamenti diretti da Google.

[img_sinistra][/img_sinistra]Il primo punto di attenzione è sul guardare l’ora, l’azione più comune che viene fatta con l’orologio. Con la prossima versione di Wear in arrivo nelle prossime settimane, il quadrante rimarrà sempre acceso in una modalità a basso consumo energetico, e potremo comandare le notifiche con un colpo di polso. Queste sono le novità già viste su Watch Urbane nelle scorse settimane, che includono il supporto alle emoji disegnate e un nuovo launcher semplificato. Il rollout è evidentemente iniziato qualche settimana fa, ma Google prende del tempo per riannunciare sul palco tutte le novità dell’update.

Le API di Wear permettono di scrivere applicazioni native capaci di offrire una quantità di dati notevole che poi vengono scambiate con il telefono. Ma vale anche al contrario: con l’orologio potremo controllare il nostro smartphone, come con l’app di Spotify che permette di scegliere il brano che più si preferisce. Google è contenta dei risultati della piattaforma, che conta più di 4000 applicazioni ad oggi (con Uber e Foursquare finalmente in arrivo) e che entro la fine dell’anno sarà arricchita da tanti nuovi modelli di orologio. Insomma, nessuna sostanziale novità dall’I/O per Wear.

Internet of Things: è tempo di Brillo

L’azienda di Mountain View non ha portato solo Android: ecco che Google mette finalmente piede in modo ufficiale nell’Internet delle Cose – o Internet of Things. Come ormai ognuno di noi può constatare facilmente, nella nostra vita sono già presenti una grandissima varietà di dispositivi animati da sensori capaci di rilevare la temperatura e tante altre variabili.

Brillo, la nuova piattaforma pensata da Google per questo tipo di dispositivi, vede finalmente la luce sul palco del Moscone Center. È basato direttamente da Android, richiede risorse di sistema molto limitate e, soprattutto, è sicuro. Ma non solo Brillo: Weave è il nuovo linguaggio tramite cui tutti i dispositivi presenti nelle nostre case possono comunicare tra di loro. Uno dei più grandi problemi derivanti dall’avere dispositivi intelligenti deriva proprio dal fatto da non avere un terreno comune tramite cui il termostato sia capace di interagire con il citofono.

Weave è appunto questo: tramite API specifiche permette a qualsiasi dispositivo interconnesso, di “prendere coscienza” degli altri dispositivi presenti nelle vicinanze. Brillo e Weave saranno disponibili rispettivamente durante il terzo e quarto trimestre di quest’anno. Vedremo se entrambe le novità saranno in grado di rivoluzionare un po’ questo settore sì in crescita, ma ancora fortemente offuscato.

Servizi e app: Now, Google Photo e Translate

Come ben sappiamo Google è, prima di tutto, un’azienda di servizi. Proprio tramite i suoi prodotti si è sempre di più imposta come prima della classe quando si parla di ricerca sul web, dispositivi mobile e, sopratutto, sistema operativi per dispositivi mobile. Come ci si aspetta si inizia parlando di Google Search, il motore che dà vita a tutto il grande ecosistema di Google; ma anche, prendendo il largo, tutti gli altri servizi che si muovono nella grande famiglia di Big G: Gmail, YouTube, Google Maps, Google Chrome, Google Now, Translate.

Quotidianamente tutti questi servizi vengono utilizzati da miliardi di persone e, come capita a molti, alcune volte ci si rende conto che manca un qualcosina per rendere i servizi offerti da Google veramente insostituibili. Come sappiamo Google Search e Google Now basano il loro lavoro su reti neurali; effettivamente sono tante ANI (Artificial Narrow Intelligence) connesse fra di loro per rispondere correttamente alle query immese. Pensiamo per esempio a quanti di noi passano intere ore a cercare la traduzione di una parola, una frase o un motto tramite Google Translate. Il Machine Learning di Google si evolve e permette adesso di comprendere e distinguere il contesto della query e molto di più: distinguere un albero da una rana, un qualcosa che da sempre è visto come il punto di svolta nelle intelligenze artificiali.

Google Now è un altro tassello molto importante per Big G. Durante questi anni abbiamo imparato a conoscere le sue potenzialità che, molto probilmente, lo mette in cima alla lista degli assistenti personali digitali – chissà cosa ci proporrà Apple con Siri fra due settimane. Ma cosa deve sapere fare bene un assistente digitale? Sicuramente rispondere intelligentemente ai vari contesti di utilizzo, come per esempio la localizzazione dell’esatto posto in cui una data query viene inoltrata cosa che adesso Google Now è in grado di fare.

Per quanto riguarda rispondere correttamente a queste domande, ecco che entra in azione il Knowledge Graph di Google, ovvero un enorme bacino di query e risposte, appunto, che Google Now può utilizzare correttamente per rispondere. Ma non solo, Now on Tap, un nuovo servizio system-wide che vedremo implementato direttamente dentro la prossima versione di Android, riesce a rispondere velocemente a domande in relazione al contesto. Per esempio, Chennapragada ha mostrato come, tramite un semplice tap, Now on Tap permette di riconoscere il vero nome di un artista anche su app di terze parti come Spotify. Oppure, Tap può mostrare informazioni su un film – del quale stiamo parlando dentro una conversazione di Viber. Fa tutto Google, non lo sviluppatore, e servirà Android M per farlo funzionare.

[img_destra][/img_destra]Ma il vero fiore all’occhiello della presentazione è Foto. Come sappiamo al momento il servizio è impletamento direttamente all’interno di Google+, il noto e desertico social network di Google. Da diverse settimane era in aria la sensazione che qualcosa sarebbe cambiata ed effettivamente è così. Sabharwal ci mostra infatti la nuova ricetta di Google per permettere ai proprio utenti di (ri)prendere il controllo della propria vita digitale: Google Photos.

Si tratta di un vero e proprio nuovo servizio disponibile per tutti i dispositvi Android e iOS che permette di organizzare al meglio i proprio scatti e sopratutto convidere gli stessi con gli amici e partenti. Partendo dalla “Home” dell’applicazione, ogni foto presente in questa schermata viene automaticamente sincronizzata su Google Drive; la visione è un infinito torrente di anteprime di foto e video che possono essere divise per mesi o anni semplicemente con un pinch-out e pinch-in. L’intera applicazione è controllabile tramite numerosi swipe che permettono per esempio di scorrere da una foto all’intera galleria, tramite uno swipe verso l’alto.

L’”Organizzazione” permette invece di catalogare gli scatti per persone e luoghi e, parlando delle persone, l’applicazione è in grado di riconoscere automaticamente i volti delle persone – è possibile ovviamente creare anche degli album privati da condividere con i propri amici e cari. Come per ogni app di fotografia, Google Photos permette anche di modificare rapidamente le foto presenti in galleria .

L’app permette tramite Assistant, attivabile con uno swipe verso sinistra, di suggerire collezioni e foto collage di foto e video presenti nella galleria in realazione al contesto in cui esse sono state scattate. Infine la condivisione degli scatti è stata completamente ripensata e adesso infatti è più facile condividere numerose anteprime direttamente tramite uno swipe verso il basso – mai più quindi selezionare foto per foto.

Infine è possibile anche condividere album direttamente con i propri contatti tramite un link il quale, una volta tappato, permette al ricevente di visionare a risoluzione naturale tutte le foto che gli sono state inviate e, se si vuole, scaricarle sul proprio Google Photos.

Ma quante foto e video è possibile salvare sul cloud? Tutte quelle che vogliamo. Google infatti decide di aggredire pesantemente il servizio di storage online dove Flickr è noto per la sua ampia capacità di storage, permettendo ai suoi utenti di utilizzare lo storage online senza limiti di spazio e soprattutto in forma gratuita.

Il nuovo servizio è disponibile da oggi per dispositivi Android, Web e iOS; sarà la volta buona per Google? Forse sì.

Ellie Powers sale sul palco per parlare di Google Play, il più grande bacino di applicazioni mobile del mondo. La domanda del secolo è come fare a far scoprire applicazioni agli utenti Android e soprautto farli tornare sullo store per comprare e installare nuove app? Da oggi il Play Store dispone di un algoritmo di ricerca migliore che permette di cercare non solo applicazioni, ma anche tramite l’utilizzo di keyword come per esempio “shopping”.

Google è anche attenta a come utenti in tenera età utilizzano il Play Store e infatti adesso è disponibile il Family Store. Si tratta di una sorta di YouTube Kids al cui interno è possibile cercare applicazioni in relazione all’età dei propri figli e ai suoi gusti. Tramite il Family Store quindi i genitori avranno tutti gli strumenti per controllare e rendere più piacevole l’utilizzo dello store digitale.

Cardboard e Jump: VR, anche a scuola

Google torna a parlare di realtà virtuale, accennando al suo Cardboard, un semplice pezzo di cartone con due lenti che permette di sfruttare il telefono come display per immergersi in un mondo VR a 360 gradi. Un milione di utenti ha provato la piattaforma, che conta qualche centinaio di app. Ma cosa arriverà in futuro? Innanzitutto, un nuovo Cardboard per telefoni pensati fino ai 6 pollici di diagonale. Il processo di montaggio è stato semplificato da dodici a tre semplici passi, e ovviamente i fortunati all’I/O potranno metterci le mani subito. Il Cardboard SDK inoltre aggiunge il supporto ad iOS, per un pubblico ancora più ampio.

Con la realtà virtuale potremo anche immergerci in Expeditions, cioè avventure (o spedizioni) attraverso il mondo. Sono esperienze pensate per le classi, con un insegnante che può guidare i propri studenti con immagini suggestive da varie parti del pianeta. Per creare questo contenuto, serve una attrezzatura specifica e costosa, che in pochi possono permettersi. Google vuole cambiare ciò. Con Jump, l’azienda fornirà uno schema per montare fino a ssedici videocamere (comprese quelle da negozio), e la stessa GoPro è a bordo del progetto. Serve anche uno assembler, cioè un computer capace di comprendere e unire l’enorme flusso di dati proveniente dalle telecamere, e sarà Google ad aiutare nel processo di creazione del video VR con una speciale tecnologia. Infine, Youtube supporterà Jump, permettendo di fruire dei contenuti creati grazie a Cardboard. Il tutto arriverà in estate: sembra proprio che la realtà virtuale sarà il futuro.

Conclusioni

Giungiamo alle nostre conclusioni. Google ha saputo fare davvero molto bene quest’anno, proponendoci una sorta di versione migliorata di Android Lollipop con la sua nuova versione M, più attenta ai permessi e più intuitiva e pratica grazie a Now on tap. Android Wear per il momento tace, mentre l’Internet of Things si popola di un nuovo nome – Brillo – che sicuramente farà parlare di sé nell’ambito della domotica.

I servizi e le app ovviamente crescono, ma c’è da dire che non abbiamo visto grosse novità come allo scorso Google I/O, – sebbene Photos con storage in cloud illimitato sia davvero una grande, enorme novità. Non ci resta che provare i nuovi prodotti in anteprima per vedere cosa Google è stata in grado di fare sul campo.