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Nel profondo blu: la fotografia subacquea

di Saverio Savioaggiornato il 18 novembre 2015

 

“Dopo l’istante magico in cui i miei occhi si sono aperti nel mare,  non mi è stato più possibile vedere, pensare e vivere come prima.” – Jacques-Yves Cousteau

 

La fotografia subacquea è un genere fotografico estremamente complicato. Eppure, sebbene sia intriso da tecnicismi, conserva dentro sé un qualcosa di incredibilmente affascinante: il gettare luce su di un mondo a noi sconosciuto, lontano nelle profondità marine ma al tempo stesso incredibilmente vicino alle nostre coste. Le difficoltà di tale disciplina non sono dettate solamente dall’ampio bagaglio teorico e tecnico necessario per ottenere uno scatto soddisfacente, ma anche da limitazioni e problematiche strettamente collegate all’ambiente in cui ci troviamo a fotografare: quello marino.

L’ambiente marino, infatti, è un universo a sé stante. Man mano che si scende di profondità la luce inizia a mutare, il suo spettro di colori farsi meno ricco: i primi a scomparire sono quelli del rosso da un metro di profondità, per poi arrivare intorno ai 20 metri in un luogo popolato dai blu cupi, dai verdi smorti, in conclusione da atmosfere eteree e quasi aliene. Scendendo ancora più in profondità, il senso di alienazione a quel punto diventa opprimente.

Non a caso anche James Cameron, durante la missione Deepsea Challenger, non ha potuto che dichiarare:

E un luogo desolato e lunare. Mi sentivo totalmente e completamente isolato dal resto dell’umanità. Letteralmente, è come se nello spazio di un solo giorno fossi andato su un altro pianeta e tornato indietro.”

Prima di immergerci (letteralmente) nel trattare tale argomento da un punto di vista fotografico, è opportuno andare a trattare per sommi linee le caratteristiche dell’ambiente marino e le sue peculiarità.

Se quanto detto vi suonerà conosciuto, non esitate a passare direttamente alla seconda parte del nostro focus.

Fotografia di Mark Thiessen, National Geographic. DEEPSEA CHALLENGER durante un test nell’atollo Ulithi

Le caratteristiche dell’ambiente marino

Oggi, solamente l’8% degli oceani risulta esplorato, del resto sappiamo poco o nulla. Ciò pone il genere umano in una condizione quasi paradossale: conosciamo più le stelle e le galassie lontane anni luce da noi, piuttosto che i mari che ci circondano a pochi chilometri dalle nostre coste.

Esemplare di Octopus vulgaris nella sua tana

In realtà per trattare la fotografia subacquea non dobbiamo per forza spingerci fino alle lontane ed ignote piane abissali (anche perché a causa della pressione esercitata da tonnellate e tonnellate di acqua sopra la nostra testa sarebbe impossibile), ma anzi siamo soliti riferirci a quello che, nel gergo della biologia marina, è noto come ambiente infralitorale: zona perennemente sommersa il cui limite inferiore è situato alla profondità di 35/40 metri ed in cui la luce disponibile si riduce del 99% rispetto a quella che colpisce la superficie.

In tale porzione di mare non solo è concentrata la massima biodiversità, sia animale che vegetale, ma è anche quella in cui la luce subisce le alterazioni più profonde, mutando sia nel comportamento dei suoi raggi luminosi sia nel suo spettro di colori.

Zonazione dell’ambiente marino

Come viene classificato l’ambiente marino? In ecologia esso viene tradizionalmente suddiviso in due domini: pelagico e bentonico.

Il dominio bentonico comprende quella porzione di ambiente marino in cui vivono tutti quegli organismi legati alla vita di fondo, ed è costituito da due zone suddivise, a loro volta, da diversi piani.

La prima zona del dominio bentonico è quella fitale (in cui la luce riesce a penetrare permettendo lo sviluppo di forme di vita vegetali), ed è divisa in cinque piani:

  • Adilitorale
  • Sopralitorale
  • Mesolitorale
  • Infralitorale
  • Circalitorale

La zona afitale, invece, è costituita dal piano batiale, abissale e adale.

Il dominio pelagico è costituito dalla porzione di ambiente marino delle acque libere, in cui sono presenti organismi (detti per l’appunto pelagici) liberamente natanti e non obbligati ad una vita sul fondale.

Sulla base della profondità il dominio pelagico è suddiviso in:

  • Zona epipelagica: fino ai 50 metri di profondità (detta anche dominio costiero)
  • Zona mesopelagica: dai 50 ai 200 metri di profondità
  • Zona batipelagica: dai 200 ai 2500 metri di profondità
  • Zona abisso pelagica: dai 2500 ai 7000 metri di profondità
  • Zona adopelagica: profondità superiori ai 7000 metri, comprendente le fosse oceaniche

La luce

Come per qualsiasi altro genere fotografico, fondamentale è la luce e tutte le sue sfumature. Nell’ambiente marino, tuttavia, le caratteristiche della luce sono profondamente diverse rispetto a quelle a cui siamo abituati fotografando in ambito terrestre.

Il primo fenomeno che trattiamo è quello della rifrazione, così definita: la rifrazione è la deviazione subita da un’onda che ha luogo quando questa passa da un mezzo ad un altro nel quale la sua velocità di propagazione cambia.

Tale definizione può essere illustrata più semplicemente da un esempio: prendiamo un bicchiere d’acqua ed immergiamoci dentro una cannuccia; si noterà che la cannuccia sarà piegata nel punto di contatto fra la superficie dell’acqua contenuta nel bicchiere e l’aria. Questo è ciò che accade ad un raggio luminoso obliquo (un raggio che cade perpendicolarmente non subisce alcuna deviazione, ma solo una riduzione della sua velocità). La velocità di un raggio in ambiente terrestre è, infatti, pari a 300.000 chilometri al secondo, mentre, passando nell’acqua, tale velocità si riduce a circa 220.000 chilometri al secondo. Tale riduzione è alla base del fenomeno di rifrazione e la forma piegata della cannuccia è causata proprio dal brusco cambio di velocità della luce tra i due mezzi (acqua e aria).

Il fenomeno della rifrazione. Fonte: Wikipedia

Cosa comporta tutto questo per il fotografo subacqueo?

L’effetto immediato è quello di vedere qualsiasi oggetto situato sott’acqua ingrandito di circa 1/3 rispetto al normale. Questo è causato dal passaggio del raggio luminoso dal mezzo acquoso all’aria, contenuta nello spazio cavo della nostra maschera subacquea. Come il fenomeno della rifrazione ha effetto sulla cannuccia nell’esempio di poco prima, così ha effetto sui nostri occhi. Fortunatamente poco importa alla nostra macchina fotografica di tutto questo: come il nostro occhio, anche l’obiettivo è situato dietro un vetro a contatto con l’aria, pertanto il modo in cui vediamo gli oggetti sarà il medesimo della nostra fotocamera, rendendo inutili qualsiasi tipo di accorgimento nelle operazioni di messa a fuoco.

Un altro fenomeno che la luce subisce in ambiente marino è quello della riflessione. Qui il meccanismo è molto più intuitivo: quando un raggio di sole colpisce la superficie del mare tenderà in parte a penetrare nella colonna d’acqua (andando incontro al fenomeno di rifrazione), ed in parte andrà a riflettersi verso l’alto, incorrendo nel fenomeno di riflessione. La riflessione è tanto maggiore tanto più i raggi del sole risulteranno obliqui rispetto alla superficie marina.

Anche qui le implicazioni per il fotografo subacqueo non sono secondarie. Se infatti siete ormai stanchi nel sentirvi dire che l’ora migliore per fotografare è quella dell’alba o del tramonto, sarete contenti nel sapere che in realtà l’ora d’oro della fotografia subacquea è quella che va dalle 9.00 di mattina alle 14.00 di pomeriggio. Infatti, durante tale lasso di tempo, il fenomeno di riflessione risulterà essere minimo e la visibilità massima grazie alla scarsa presenza dei termoclini (di cui parleremo più avanti).

I colori

Altro elemento importante da tenere in considerazione nella fotografia subacquea è la graduale diminuzione dei colori man mano che si scende di profondità.

Questo fenomeno è dovuto alla natura fisica del raggio luminoso. Esso, infatti, è costituito da uno spettro elettromagnetico in cui ogni lunghezza d’onda (espressa in nanometri) corrisponde ad un colore. Per darvi una idea pratica di quanto detto pensate ad un arcobaleno, solitamente ben visibile dopo un temporale: altro non è che la scomposizione del raggio luminoso nel suo spettro di colori, causato dal passaggio della luce bianca in una goccia d’acqua che in tal caso svolge la funzione di un prisma.

Immergendosi e scendendo di profondità, tale spettro di colori inizierà sempre più a ridursi assorbito dalla colonna d’acqua. Il primo colore a scomparire è il rosso già dopo un metro, seguito dall’arancione e dal giallo intorno ai 10/20 metri di profondità.. Intorno ai trenta metri, infine, gli unici colori in grado di farsi strada sono il verde ed il blu.

Un “muro” di ricciole a circa cinque metri di profondità

Ciò significa che, affidandosi esclusivamente alla luce solare, le nostre foto risulteranno prive della maggior parte dei colori più brillanti. La risoluzione a tale problema è abbastanza intuibile: un flash o, ancor meglio, più flash ed illuminatori. L’uso della luce artificiale consente di ridonare ai nostri soggetti il loro vero e brillante colore, credetemi ne vale la pena: organismi come spugne, crostacei o nudibranchi (giusto per citarne alcuni) posseggono splendidi tessuti e carapaci, mantelli vividi con disegni tanto complessi e raffinati quanto affascinanti.

In conclusione, è davvero difficile pensare la fotografia subacquea senza l’ausilio di flash o luci esterne. Non che questo sia un assolutismo od un dogma intendiamoci, esistono alcuni tipi di foto scattate in luce ambiente ricche di atmosfera, ma se siete interessati in special modo alla macrofotografia subacquea scordatevi di scendere in acqua senza un buon flash al vostro seguito.

Materiale particellato

Il vero nemico del fotografo subacqueo? Il materiale particellato, che a livello del fondo si accumula formando il sedimento.

Il materiale particellato, chiamato anche a livello delle profondità oceaniche “neve marina”, altro non è che il residuo della produzione primaria e dei meccanismi di turnover cellulare derivanti dagli organismi marini, in special modo da quelli appartenenti al plancton. Il plancton è l’insieme di microorganismi sospesi nella colonna d’acqua e viene classificato in una parte vegetale, nota come fitoplancton, ed in una parte animale, detta zooplancton. La morte di tali organismi, il rilascio in acqua di composti derivanti dal metabolismo cellulare, gli scheletri di carbonato di calcio o altro ancora, non fanno che creare particelle in sospensione che lentamente scendono verso il fondo. Tralasciando l’enorme importanza ecologica di tale fenomeno (fondamentale per il mantenimento dell’ecosistema di fondo marino grazie al flusso di carbonio derivante dall’alto), per il fotografo subacqueo tutto ciò si traduce nella presenza di corpuscoli che limitano la visibilità e che, seppur microscopici, in foto possono denotare fastidiosi effetti. Tutto questo è purtroppo visibile nell’uso del flash fotografico: infatti posizionare l’illuminatore in maniera errata altro non fa che evidenziare maggiormente la presenza di materiale particellato, che in foto verrà rappresentato da un insieme di punti luminosi diffusi ovunque e rovinando irrimediabilmente il nostro scatto.

Altro elemento particolarmente critico è quello del sedimento presente sul fondo. Inutile, una volta individuato un soggetto, avventarsi su di esso in maniera caotica, rapida o nervosa; il risultato sarà quello di sollevare sedimento e di riportarlo in sospensione nella colonna d’acqua comportando le problematiche descritte poco prima. Oltretutto, una volta che il danno è stato fatto, scordatevi di poter scattare: una volta sollevato, il sedimento impiegherà ore per posarsi. Tanto vale cambiare posto e ricordarsi, la prossima volta, di avvicinarsi al soggetto in maniera calma, lenta e tranquilla.

I termoclini

Un altro fenomeno facilmente osservabile è quello dei termoclini, rappresentati visivamente da una zona di acqua “tremolante” in cui la visibilità risulta fortemente ridotta e appannata.

Termoclino: andamento della temperatura in funzione della profondità. Fonte: Wikipedia

In oceanografia non esiste solamente il termoclino, ma anche il picnoclino e l’aloclino, aventi tutti la caratteristica di indicare masse di acqua con caratteristiche diverse. Nel caso dell’aloclino tale caratteristica è la salinità, mentre nel caso del picnoclino è la densità il tratto discriminante. Tali masse d’acqua risultano pertanto distinte fra loro e difficilmente mescolabili se non a seguito di eventi di upwelling (risalita di acqua dal fondo) o di downwelling (sprofondamento di acqua superficiale verso il fondo). Questo sistema in ambito oceanografico genera la cosiddetta circolazione termoalina, che su scala globale comporta il movimento di masse d’acqua a partire dai pressi della Groenlandia (dove l’acqua sprofonda verso il basso a causa della sua maggiore densità) fino a Sud dell’Oceano Indiano (dove invece risale) in un “nastro trasportatore” d’importanza vitale per l’ecosistema planetario grazie alla sua capacità di distribuire nutrienti e calore nei mari di tutto il mondo.

Particolarmente rilevante per il fotografo subacqueo è invece il termoclino. Esso, come è intuibile già dal nome, contraddistingue masse d’acqua di temperatura diversa. Nel Mar Mediterraneo il termoclino è già visibile intorno ai 15 metri di profondità, ma è possibile osservano anche su scala ridotta in porzioni d’acqua tremolanti, dovute al rimescolamento locale. I termoclini sono osservabili nell’arco della giornata man mano che l’acqua si riscalda e comportano forti problemi di visibilità. Le migliori condizioni per la fotografia subacquea sono quelle osservabili, come avevamo già detto, dalle 9 di mattina alle 14 di pomeriggio, oltre tale lasso di tempo il fenomeno del termoclino si fa sempre più marcato e la visibilità pertanto sempre più degradata con conseguente calo della qualità nei nostri scatti.

Tenete tutto questo di conto nel momento in cui deciderete di pianificare la vostra sessione fotografica in mare.

L’attrezzatura per la fotografia subacquea

Terminata questa veloce disamina su quelle che sono le principali caratteristiche del mondo marino, iniziamo a parlare adesso di attrezzatura fotografica. Vi è una certa flessibilità nella scelta di quale mezzo impiegare in tale disciplina fotografica, ma in questo caso l’impiego di una tipologia di fotocamera rispetto ad un’altra comporterà notevoli differenze in termini di risultati e qualità degli scatti.

Il vero elemento discriminante in questo caso è quanto si è disposti a spendere in attrezzatura. Le custodie subacquee per reflex non hanno prezzi popolari, ma comportano un notevole investimento di denaro. A questo, solitamente, si vanno ad aggiungere una serie di costi aggiuntivi, inerenti ad esempio custodie impermeabili per il flash e “cavetteria” varia.

Essenzialmente nella fotografia subacquea sono tre le scelte disponibili: scafandrare una fotocamera compatta, scafandrare una reflex oppure comprare una macchina fotografica anfibia. Cerchiamo di analizzare insieme le varie opzioni disponibili.

Compatte impermeabili

RICOH WG-20

La prima soluzione a basso costo è quella di puntare sulle cosiddette fotocamere impermeabili. Si tratta di normali compatte, che però presentano un case impermeabilizzato e che, a seconda delle caratteristiche, permette l’immersione anche oltre i 12 metri di profondità (fra queste vale la pena citare la linea Optio di Ricoh e la linea AW di Nikon). Il prezzo di questi mezzi è particolarmente accessibile e pertanto consente a tutti di avvicinarsi a tale disciplina con un investimento minimo. Il risvolto della medaglia, tuttavia, è caratterizzato dalla mancanza di settaggi manuali e dalla scarsa potenza del flash. Infatti, il target principale a cui queste fotocamere fanno riferimento è quello di coloro che non hanno grandi intenti fotografici, ma più che altro sono interessati ad una macchina poco ingombrante, versatile e che, grazie ai suoi automatismi, riesce a far portare a casa scatti in diverse condizioni. Ciò non è un male: basti pensare al grande successo di pubblico che hanno avuto le varie GoPro, ma se siete intenzionati a risultati più professionale meglio puntare su altro.

Custodie subacquee per compatte

La seconda soluzione che esaminiamo la si può definire una sorta di evoluzione rispetto a quella precedente. Essenzialmente si tratta di scafandrare una fotocamera compatta rendendola impermeabile per mezzo di una custodia, ma qui la scelta si fa molto più ampia. Se è vero infatti che in tale contesto sono presenti anche fotocamere compatte entry level, è altrettanto vero che sono presenti anche tipologie di compatte top gamma e che presentano, pertanto, funzioni manuali (come controllo dell’esposizione, diaframma o quant’altro) e obiettivi con vetri di qualità più elevata (ad esempio basti pensare alla linea Powershot di Canon). Tali macchine, pur rimanendo compatte e quindi estremamente poco ingombranti, assicurano un livello qualitativo più elevato rispetto alle compatte entry level.

Scelta la nostra macchina fotografica, dobbiamo adesso abbinargli ovviamente una custodia.

Custodia subacquea EWA MARINE

Anche qui le scelte sono due. La prima, quella a più basso costo, è l’acquisto di una bag: le più famose prodotte da EWA Marine. Si tratta essenzialmente di borse trasparenti con un vetro circolare in plexiglass particolarmente resistente. La procedura di utilizzo è abbastanza agevole: si prende la macchina fotografica, la si inserisce nella bag, la si allinea all’oblò con un sistema ad incastro e ci si immerge. Il costo di queste bag è mediamente accessibile (e sicuramente inferiore ad alcune tipologie di custodie subacquee) e permettono di poter utilizzare qualsiasi macchina fotografica (comprese DSLR) senza particolari problemi. Certo, non sono il massimo della comodità e forse in immersione possono risultare poco pratiche, ma comunque sia sono una scelta affidabile e dal costo particolarmente contenuto.

Custodia subacquea Canon WPDC32

La seconda opzione consiste nell’acquistare una custodia subacquea vera e propria, che dovrà essere ovviamente
specifica per il modello di fotocamera che abbiamo in possesso. Sia le case madri che produttori di terze parti hanno reso disponibile sul mercato diverse opzioni. Solitamente le custodie più accessibili sono quelle, appunto, pensate per fotocamere compatte. Tra le diverse citiamo Canon, che rende disponibile per quasi tutte le sue compatte in listino,  incluse anche le top gamma, custodie subacquee specifiche e pesi per immersione da abbinarle per equilibrare la spinta idrostatica: a questo link trovate tutte quelle attualmente in commercio.

Custodie subacquee per reflex

La scelta migliore sarebbe quella di associare una custodia subacquea alla nostra reflex. I vantaggi in questo caso sono davvero molti: possibilità di usare obiettivi macro o grandangolari, associare uno o più flash, poter contare su macchine in grado di produrre file di elevata qualità con rumore contenuto, nonché piena libertà creativa grazie ai controlli manuali.

Sicuramente poter investire in tal senso assicura la scelta migliore per potersi approcciare alla fotografia subacquea, ma tenete conto che l’investimento iniziale in termini di spesa non è certo trascurabile.

Le custodie subacquee per reflex attualmente disponibili sono innumerevoli e principalmente prodotte da terze parti. Tra le migliori citiamo le Sea&Sea con la sua linea MDX per reflex Canon, Nikon e Sony. Si tratta di custodie di splendida fattura, professionali, con materiali resistenti e duraturi nel tempo. Il prezzo medio di tali prodotti è sui 3000€.

Una realtà di cui vale la pena parlare è quella dell’italianissima NIMAR. Le custodie subacquee prodotte sono di ottima qualità e presentano un costo decisamente più contenuto. Per fare un esempio, basti pensare che una custodia per reflex Canon 5D MARK II costa circa 1500€. Le custodie NIMAR sono disponibili per quasi la totalità del parco macchine di Canon e Nikon con in dotazione un oblò a seconda dell’obiettivo che si possiede.

Custodia subacquea NIMAR per Canon EOS 5D Mark II

Un altro elemento di cui bisogna tener conto, infatti, è l’acquisto di oblò specifici per gli obiettivi che intendiamo utilizzare: obiettivi grandangolari necessitano di oblò panoramici, differenti da quelli necessari per l’uso con obiettivi macro. Pertanto, se decidiamo di utilizzare più obiettivi, è bene sapere che sarà necessario acquistare più di un oblò, con una lievitazione dei costi non indifferente.

Molto interessante, per ciò che riguarda l’uso di una reflex in tale disciplina, è la possibilità di utilizzare uno o più flash. Sappiate che non è un qualcosa di accessorio, ma di indispensabile sopratutto nel caso decidessimo di utilizzare la nostra attrezzatura in immersione.

Infatti, come già illustrato, più si scende di profondità più lo spettro di colori diminuisce. Già al di sotto del primo metro di profondità i colori del rosso iniziano a svanire, pertanto per poter catturare nelle nostre foto i colori reali degli organismi marini è necessario illuminarli con un luce artificiale. Mentre nella maggior parte delle custodie subacquee per compatte l’uso del flash è precluso a quello interno (spesso inefficace), nelle custodie per reflex esiste la possibilità di associare uno o più flash. Le scelte sono tre: o decidiamo di usare il nostro flash, o flash subacquei veri e propri – ne trovate svariati all’acquisto qui -, oppure illuminatori LED – i modelli sono tantissimi, basta dare un’occhiata qui.

Nel primo caso è necessario l’acquisto di una ulteriore custodia, nel secondo e terzo caso, invece, flash subacquei ed l’illuminatori sono già pensati per essere impermeabili. Solitamente rispetto all’illuminatore, il flash garantisce una flessibilità maggiore in ambito creativo, garantendo la corretta replicazione della temperatura della luce solare (pari a circa 5500°K), mentre un illuminatore ha il vantaggio solitamente di avere costi più contenuti. La possibilità di usare più di un flash, o di usare kit composti da flash ed illuminatori, è particolarmente interessante per creare effetti di luce nella macrofotografia grazie alla presenza di bracci snodabili, che permettono quindi di orientare le fonti luminose a nostro piacimento, mentre si rivela indispensabile per illuminare adeguatamente l’intera area nell’uso di obiettivi grandangolari.

Macchine fotografiche anfibie: il sistema Nikonos

L’ultima voce che esaminiamo è piuttosto particolare. Parliamo delle anfibie: fotocamere che nascono già impermeabili e che possono essere usate sia in immersione oltre i cento metri di profondità e sia in ambito terrestre nell’accezione più comune di fotografia.

A differenza delle compatte impermeabili, anch’esse in fondo possono essere considerate delle anfibie, il sistema Nikonos a pellicola ha il vantaggio di poter contare su un vasto parco ottiche intercambiabile, alle quali è possibile aggiungere una serie di accessori come flash, bracci snodabili e kit macro.

Sistema Nikonos

Il sistema Nikonos tra le sue origini dal brevetto prodotto dalla Spirotechnique, piccola realtà fondata dal celebre Jacques-Yves Cousteau, che portò alla nascita della prima fotocamera anfibia al mondo: la Calypso Shot. Successivamente, il brevetto venne acquisito dalla Nippon Kogaku (ora conosciuta come Nikon) che versione dopo versione apportò numerose migliorie fino a rendere Nikonos il miglior sistema di ripresa subacquea esistente al mondo, primato che ancora oggi, malgrado tali fotocamere non siano più prodotte dal 1996, rimane immutato per molti.

Tralasciando le prime versioni delle fotocamere Nikonos (I, II e III) decidere di acquistare uno di questi strumenti può rivelarsi una buona scelta che unisce ad un notevole risparmio economico una fotocamera professionale che in ambito subacqueo ancora oggi non ha eguali. Non siete convinti? Personalmente ho acquistato un kit Nikonos in condizioni pari al nuovo comprendente una Nikonos V, flash SB101, kit macro, obiettivo subacqueo 35mm ƒ/2.5 e slitta per flash con braccio snodabile ad appena 400€ incluse spese di spedizione.

Parliamo di macchine analogiche, a pellicola, ma la qualità di tale strumento è indiscussa, così come la versatilità in immersione essendo macchine poco ingombranti e che assicurano il pieno controllo di qualsiasi parametro in fase di scatto. Insomma, per iniziare con il piede giusto e con un’attrezzatura completa di livello professionale è a mio parere la scelta vincente.

La tecnica

Un anemone: le caratteristiche punte viola dei tentacoli sono dovute al metabolismo in azione di microalghe simbionti

L’uso del flash

Nella fotografia subacquea l’uso del flash non è un dogma assoluto. Spesso si può decidere di utilizzare solo la luce naturale, al fine di trasmettere nello scatto determinate sensazioni attribuite all’atmosfera aliena che regna a certe profondità oppure per catturare silhouette e contrasti marcati.

Tuttavia, buona parte della produzione fotografica subacquea necessita dell’uso di un flash al fine di rivelare i reali colori del mondo sottomarino. Come già detto, più si scende di profondità minore sarà lo spettro di colori disponibili, pertanto a meno che non si ricerchino determinati effetti l’uso del flash in molte situazioni è un qualcosa di imprescindibile.

L’uso del flash nella subacquea può essere suddiviso in due categorie di utilizzo: macrofotografia e fotografia d’ambiente.

Nella fotografia d’ambiente quello che si cerca solitamente di raggiungere è una illuminazione efficiente in grado di preservare al tempo stesso le caratteristiche della luce ambientale, fatta di sfumature sempre più dense di blu che finiscono per sfociare lentamente nel nero. Per riuscirvi, il metodo migliore è quello della tecnica fill in.

Lo scopo della tecnica fill in pertanto sarà quello di illuminare le ombre senza però bruciare la luce ambiente con il flash, ridando quindi colore naturale al soggetto prescelto preservando il contesto luminoso in cui si trova. Per farlo basterà leggere il diaframma che vi suggerirà l’esposimetro interno della macchina e allontanare il flash di conseguenza.

Branco di occhiate immortalate nell’insenatura di Tahiti, in Sardegna

Con un diaframma di ƒ/5.6 ed un tempo di 1/60 basterà allontanare il flash di qualche metro dal soggetto per illuminare adeguatamente la scena. Per mantenere la luce ambientale di sfondo uno dei trucchi più usati è quello di chiudere o aprire leggermente il diaframma: per rendere più intenso l’azzurro dello sfondo si deve chiudere di circa 1/2 stop, mentre per renderlo meno scuro bisogna aprirlo dello stesso valore. Se invece vogliamo isolare totalmente il nostro soggetto rendendo lo sfondo totalmente nero, basterà avvicinare ancor di più il flash e chiudere il diaframma di un paio di stop. Per assicurarvi di ottenere il risultato desiderato, è importante dedicare più di qualche scatto al nostro soggetto sfruttando la tecnica della forcella: variate i parametri e avvicinate o allontanate il flash a vostro piacimento. Per farlo, poiché sott’acqua non è sempre facile effettuare questo tipo di movimenti, vengono in aiuti le staffe con bracci snodabili che, ancorate al flash e alla nostra reflex, permettono di spostare il flash a nostro piacimento mutandone distanza e angolazione. In questo caso ricordate che non è tanto un problema la sottoesposizione, ma più che altro la sovraesposizione che renderà i colori slavati e la foto ricoperta da una patina biancastra decisamente sgradevole.

Per ciò che riguarda la macrofotografia, sarà trattata più in dettaglio nel successivo paragrafo.

La macrofotografia

Il genere della macrofotografia è quello che probabilmente dà maggiori soddisfazione al fotografo subacqueo. Come per la fotografia macro in ambito terrestre, anche in questo caso si tratta di fotografare i nostri soggetti a distanza ravvicinata.

Acetabularia acetabulum ottenuta con l’utilizzo di tubo di prolunga su Nikonos V

Per farlo si può ricorrere o all’acquisto di obiettivi macro dedicati, oppure all’uso di kit macro comprendenti tre tipologie di tubi di prolunga particolarmente utilizzati con il sistema Nikonos. Appare evidente che, qualsiasi sia la nostra scelta, non è certo possibile cambiare ottica durante la nostra immersione, pertanto sarà opportuno pianificare la scelta dell’ottica o del tubo di prolunga a priori, ben sapendo a quali soggetti decideremo di dedicare la nostra attenzione durante la sessione fotografica.

Sicuramente l’uso di tubi di prolunga con sistema Nikonos è quello che è più alla portata di chiunque, anche in relazione al costo di cui si accennava nel capitolo precedente. Se è vero infatti che oggi molte fotocamere comprendano una funzione definita Macro, i rapporti di ingrandimento risultano spesso non soddisfacenti a catturare i dettagli e gli organismi marini più minuti.

I tubi di prolunga sono costituiti da un barilotto di metallo che aumenta la distanza dell’obiettivo dal piano di messa a fuoco (distanza nota con il gergo di tiraggio) e da una forcella costituita da due bacchette metalliche al cui centro va posto il nostro soggetto. Il loro uso risulta essere comodo e soddisfacente dal punto di vista della resa. Essenzialmente basterà equipaggiare il nostro obiettivo con uno dei tubi di prolunga, impostare la messa a fuoco su infinito, chiudere il diaframma ƒ/16 o ƒ/22, ed inserire il nostro soggetto all’interno delle bacchette metalliche associate ad ogni tubo.

L’uso del flash in questi casi risulta essenziale e andrà posto ad una distanza di circa 20/30 centimetri dal soggetto. La scelta del numero di flash da utilizzare e la loro angolazione comporta una diversa resa alla nostra foto. L’uso di due flash, infatti, consente di dare alla scena una luce più omogenea e risulta pertanto fortemente indicato in ambito scientifico, dove poco si cerca l’impatto emotivo nello scatto ma si predilige la massima resa in termini di dettaglio nel fotogramma. Nel caso invece della fotografia creativa, l’utilizzo di un singolo flash opportunamente angolato permette di dare alle foto diverse atmosfere: evitate di usare il flash perpendicolarmente al vostro soggetto, ma cercate di porlo alla stessa altezza del punto di ripresa angolandolo il più possibile. In questo modo otterrete due risultati: il primo quello di esaltare le forme del soggetto  ed il secondo quello di minimizzare l’impatto del materiale particellato in sospensione.

Il materiale particellato è il peggior nemico del fotografo subacqueo come dicevamo, ma può essere tenuto a bada dal buon uso del flash. Il materiale particellato in sospensione, infatti, tende a riflettere la luce emessa dal flash con il risultato di fotografie irrimediabilmente rovinate da una serie di puntini luminosi sparsi ovunque. Per ovviare a questo problema bisogna tenere il flash staccato dalla fotocamera tenendolo con la mano sinistra il più angolato possibile. In questo modo la luce non colpisce direttamente le particelle, ma le sfiora colpendole in minima parte rispetto all’asse longitudinale del nostro obiettivo, riducendo fortemente il fenomeno di riflessione.

Concludendo, esistono tre tipologie di illuminazione con flash:

  • Illuminazione frontale: caratterizzate da ombre ridotte e che tendono ad appiattire. Sebbene permette la miglior riproduzione dei colori, è contraddistinta dal problema delle particelle in sospensione che così direttamente illuminate creeranno una patina biancastra e slavata.
  • Illuminazione diffusa: in subacquea è ottenibile ponendo il flash in maniera tale che illumini dall’alto verso il basso perpendicolarmente. In questo modo, però, le fotografie risulteranno eccessivamente piatte.
  • Illuminazione laterale: è la scelta migliore. Essa si ottiene angolando il più possibile la fonte luminosa rispetto alla posizione di ripresa della nostra fotocamera. Crea ombre morbide, lunghe, ideali per esaltare le forme del soggetto e per illuminarlo adeguatamente riproducendo correttamente i suoi reali colori.

L’inquadratura

Spesso una buona fotografia è frutto della semplificazione. Cosa significa questo? Isolare dal caos un soggetto e farlo risaltare nella foto.

Una stella marina situata a sei metri di profondità. Le dominanti rosse, tipiche dell’animale, sono state ottenute mediante uso del flash con tecnica fill in

In fotografia subacquea la semplificazione è forse uno dei migliori approcci per ottenere scatti di buona qualità. L’isolamento del soggetto può avvenire in diversi modi: in termini di colore, rispetto allo sfondo o sfocando.

Generalmente immergendosi non è sempre facile trovare un soggetto isolato, ma più spesso capita di trovare scogliere fortemente affollate da organismi sessili, spugne incrostanti ed altri organismi. In tale cacofonia la scelta migliore è quella di prediligere una inquadratura dal basso verso l’alto, in maniera tale da avere alle spalle del nostro soggetto la colonna d’acqua che donerà allo scatto uno sfondo uniforme e gradevole. Si può anche decidere di dirigere la luce e di regolare la potenza del flash in maniera tale che l’unica cosa che risulti ben illuminata sia il soggetto della nostra foto, chiudendo al contempo il diaframma di uno stop al fine di trasformare lo sfondo d’acqua in un manto nero.

Nell’impossibilità di fare quanto detto, occorrerà operare con diaframmi aperti, lasciando a fuoco esclusivamente il nostro soggetto e sfocando al contempo il resto. In tal maniera, l’unica porzione leggibile dell’immagine sarà il protagonista dello scatto che, per forza di cose, sarà isolato dal resto e acquisirà maggiore tridimensionalità nella foto. Poiché questo con alcune macchine può risultare difficile, se non impossibile anche ad opera di correnti che rendono critiche le operazioni di ripresa, una scelta vincente potrebbe essere quella di ricercare soggetti colorati posti su sfondi o fondali monocromatici. Spesso, infatti, le migliori fotografie sono quelle con pochi elementi colorati piuttosto che quelle composte da turbinii di soggetti che rendono faticosa l’interpretazione da parte dell’osservatore.

Un altro trucco spesso usato nella fotografia subacquea è quello di incorniciare il soggetto sfruttando elementi quali pareti di grotte o profili di scogliere rocciose. Infine, è possibile anche contestualizzare il protagonista dello scatto relazionandolo alla presenza umana, rappresentata dalla presenza di un altro subacqueo.

I soggetti da fotografare

Primo piano di Octopus vulgaris ottenuto con tubi di prolunga macro per sistema Nikonos

Molto spesso si è portati a pensare che per poter trarre soddisfazione da questo genere fotografico sia necessario possedere brevetti subacquei, immergersi in profondità o dirigersi in qualche meta esotica. In realtà non è così: certamente poter immergersi amplia le possibilità di catturare più soggetti, così come il poter viaggiare su qualche isola tropicale, ma potreste rimanere piuttosto sorpresi nel prendere la vostra maschera ed armandovi di boccaglio e macchina fotografica osservare la ricchezza di flora ew fauna presente nelle immediate vicinanze della costa o appena al di sotto della superficie dell’acqua.

Questo capitolo ha lo scopo proprio di illustrare quanto detto, fornendo una veloce disamina sui soggetti fotografici più comuni e che possono essere immortalati anche in apnea durante una normale escursione in snorkeling.

Pesci di scoglio

A questa categoria appartengono solitamente diverse specie di bavose: bianca (Blennius rouxi), gote gialle (Blennius canevae), rossa (Blennius nigriceps) e dalmata (Blennius dalmatinus)

Questi pesci sono facilmente avvistabili ovunque, nelle vicinanze di rocce e di sporgenze nelle zone limitrofi a banchi di sabbia. Si tratta di animali particolarmente affabili e spavaldi, si lasciano avvicinare abbastanza facilmente e basterà avere un minimo di pazienza affinché uno di questi vada a posarsi sulle forcelle del vostro obiettivo permettendovi di scattare. La tecnica migliore per avvicinarsi consiste nel procedere lentamente, cercando di smuovere il meno possibile la colonna d’acqua e, una volta avvistati, stazionare immobili in attesa che il pesce si abitui alla vostra presenza. Vedrete che, attendendo un poco, si lasceranno avvicinare senza problemi.

Altri pesciolini facilmente avvicinabili sono i cosiddetti peperoncini (Tripterygion tripteronotus), molto belli perché contraddistinti da una livrea di un rosso acceso. Sono comuni in qualsiasi zona del Mar Mediterraneo, dal Mar di Sardegna alle coste della Croazia, ma essendo di dimensioni piuttosto minute dovrete cercarli con attenzione sopratutto nelle insenature fra le rocce dove amano rifugiarsi per trovare protezione.

Anemoni

Altro organismo particolarmente affascinante è l’anemone, il più diffuso nei nostri mari è conosciuto con il nome scientifico di

Esemplare di Anemonia sulcata

Anemonia sulcata. Si tratta di un di un polipo con lunghi tentacoli colorati che ondeggiano sospinti dalla corrente in danze sinuose. Solitamente l’apice del tentacolo presenta una colorazione più intensa, spesso lilla e più raramente verde, dovuta alla presenza di zooxanthelle (alghe unicellulari) simbionti. Sono organismi presenti ovunque e che ben si adattano anche ad acque caratterizzate da forte torbidità. Essendo organismi sessili non è un problema fotografarli, sopratutto perché sono presenti anche a meno di un metro al di sotto della superficie dell’acqua.

Echinodermi

Appartenenti a questa categoria sono sia le stelle di mare che i ricci. Questi animali, essendo immobili sul fondale, rappresentano il soggetto ideale per fare pratica con le nozioni precedentemente illustrate. Possono essere immortalati sia per intero, sia con l’utilizzo di un obiettivo macro al fine di evidenziarne soltanto precisi dettagli.

I ricci sono presenti pressoché ovunque, sopratutto fra le cavità degli scogli, mentre per individuare le stelle di mare bisogna spingersi un po’ più in profondità (intorno ai tre metri) ma risultano comunque facilmente raggiungibili in apnea.

Cefalopodi

Dei cefalopodi fanno parte organismi quali seppie (Sepia officinalis) e polpi (Octopus vulgaris). Sono anch’essi organismi presenti lungo tutte le nostre coste ma per trovarli bisogna procedere con la dovuta attenzione.

Infatti, sopratutto nel caso delle seppie, si tratta di animali sfuggenti ed in grado di mimetizzarsi con l’ambiente circostante. Mi è capitato spesso di vedere seppie intente sopratutto a cacciare, ma non sono mai riuscito ad avvicinarmi quel tanto da poter portare a casa uno scatto decente.

Discorso diverso per i polpi (e non polipi, ricordate che i polipi sono organismi totalmente diversi). Solitamente è facile trovarli nelle loro tane di giorno, individuabili grazie alla grande mole di gusci di crostacei abbandonati direttamente davanti all’entrata. Quindi, durante le vostre nuotate, fate caso alla presenza di gusci di granchi o di ricci, se notate una certa concentrazione di quest’ultimi potete ragionevolmente presumere che vi trovate al cospetto della casa di un polpo.

Il polpo è un animale che si lascia fotografare abbastanza facilmente, ma evitate di tirarlo fuori dalla sua tana con la forza bruta. Lasciatelo in pace e accontentatevi di fotografarlo mentre è intento a starsene tranquillo all’interno della sua dimora. Inutile, stupido e deplorevole esercitare violenza contro un animale indifeso solo per una foto.

Crostacei

Primo piano di un comune granchio

Il crostaceo più fotografato nella subacquea è sicuramente l’aragosta, ma essa è presente soltanto a determinate profondità accessibili solamente dopo conseguimento di un opportuno brevetto per immersioni ricreative. Quello che risulta più comune sono sicuramente quella serie di piccoli crostacei comunemente indicati con il termine di “granchi”. Ve ne sono di tutte le dimensioni, da quelli minuscoli ad altri in grado di raggiungere dimensioni decisamente importanti, tutti accumunati per quel che ci interessa dal fatto che solitamente si lasciano avvicinare senza troppi problemi. Non dovreste riscontrare problemi a posizionarli all’interno della forcella del vostro tubo macro. Attenzione però alle chele, sono animali che non hanno un bel caratterino ve lo assicuro!

Conclusioni

Come abbiamo visto non è certo facile potersi dedicare a tempo pieno alla fotografia subacquea. Servono grandi dosi di tenacia, pazienza e dedizione, ma la ricompensa finale, rappresentata dai vostri scatti, è un qualcosa che merita tutta la fatica sostenuta.

Prima di lasciarvi, però, vorrei precisare un’ultima cosa: ricordate che ogni qualvolta vi immergete o vi avventurate con la vostra macchina nel mondo sottomarino altro non siete che ospiti vagamente tollerati. Ogni gesto, dal più banale come toccare con le pinne il fondale o con le mani una parete rocciosa, non fa altro che deturpare ed  infastidire l’ambiente intorno a voi. Cercate pertanto di avvicinarvi a tale disciplina con fare umile, rispettoso ma al tempo stesso curioso. Spesso, quando si volevano fotografare alcuni animali come ad esempio i polpi, non ci si faceva problemi ad estrarli di forza bruta dalla loro tana, malmenarli e, una volta così intontiti, fotografarli nell’apatia indotta da quella violenza. Che senso ha ottenere una foto in questo modo? Se è vero che la fotografia, sopratutto quella subacquea, è voler ottenere una testimonianza di un mondo a noi quasi sconosciuto, per farlo si dovrebbe adottare una certa etica, un certo rispetto.

Tenendo a mente ciò, vedrete che le soddisfazioni non tarderanno ad arrivare!