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La fotografia paesaggistica: ricerca dell'attimo perfetto

di Saverio Savioaggiornato il 8 aprile 2016

Quante volte ci siamo lasciati incantare guardando un tramonto? Quante volte siamo rimasti immobili a contemplare la distesa del mare o quella di un lago? Domande le cui risposte sono simili per tutti, ma che hanno ancor più valenza per i fotografi i quali, difficilmente, riescono a resistere alla forza di tale richiamo. È per questo che uno dei generi più diffusi (ed abusati) è sicuramente quello della fotografia paesaggistica.

È quasi impossibile, infatti, trovare un fotografo che mai si è imbattuto in tale genere. Ancor di più: la paesaggistica è uno di quei generi che quasi immediatamente il neofita è desideroso di affrontare, approcciandosi ad esso con la sola forza della neonata passione e con un bagaglio tecnico e culturale esiguo ma che, non per questo, non è degno di ammirazione per la sua ingenuità ed intraprendenza.

Malgrado quanto detto, in realtà la fotografia di paesaggio è un qualcosa a cui è bene approcciarsi con una certa dose di conoscenze tecniche; ma non si tratta solo di questo. Solitamente, infatti, si è portati a pensare che la paesaggistica è un genere abbastanza semplice: basta trovare un bel panorama e… click, lavoro fatto. In realtà, come vedremo, l’attimo dello scatto è solo l’ultima fase di un processo che richiede dedizione e sopratutto tempo, e che difficilmente compensa al primo tentativo. La maggior parte delle volte si tratta di andare nel medesimo posto più e più volte, in attesa della luce giusta, delle condizioni atmosferiche favorevoli, pena il tornare a casa con uno scatto scialbo e banale che niente realmente rappresenta dello scenario che si ha dinanzi agli occhi. Questo vale sopratutto per coloro che difficilmente hanno l’opportunità di viaggiare per mete esotiche, per luoghi mozzafiato, ma che devono invece accontentarsi di ciò che hanno intorno alla propria dimora.

Come è intuibile dal titolo, scopo di questo focus è quello di trattare la fotografia paesaggistica. Tuttavia, in base a quanto precedentemente detto, è bene cominciare non tanto concentrandoci sull’attrezzatura necessaria, bensì su ciò che è importante ancor prima di prendere la nostra reflex, caricarla nello zaino e partire per fotografare.

Fotografia paesaggistica: non solo una questione di click

Sono molti i generi fotografici che necessitano di un ampio lavoro preparatorio, ma nella paesaggistica tale aspetto riveste più che in altri contesti un ruolo di primo piano. Di tale lavoro preparatorio avevamo già iniziato a parlarne nel focus dedicato alla fotografia di bosco, dove avevamo visto che fotografare tale soggetto in diverse condizioni atmosferiche e di luce mutasse profondamente le sensazioni in grado di essere trasmesse all’osservatore.

In questa prima parte approfondiamo questo aspetto. Innanzitutto la scelta del luogo: non basta trovare soltanto un buon paesaggio da fotografare per poi tornare a casa soddisfatti, ma bisogna analizzare nel corso dei giorni, persino delle stagioni, come la luce e l’inclinazione dei suoi raggi possano influenzare la resa della nostra foto. È solo una questione di ciò che si vuole trasmettere o di quello che trasmette a noi un determinato luogo e, sulla base di questo, trovare le condizioni naturali che meglio suggeriscono tutto ciò. Anche le condizioni atmosferiche rappresentano una variabile di grande impatto in tale lavoro di pianificazione: vi sono paesaggi che rendono meglio con un tempo piovoso, altri in grado di suscitare emozione nella rigidità della neve, altri ancora che vogliamo far risplendere di colore con un cielo intervallato di nubi e sprazzi di sole.

Probabilmente questa è la variabile di maggior peso e che porta inevitabilmente ad una domanda: quali sono le condizioni migliori per fotografare? Semplicemente dipende da voi e da ciò che volete trasmettere: se la scena che avete dinanzi agli occhi vi suggerisce malinconia, sarà opportuno fotografarla in autunno, sotto la pioggia ad esempio. Se invece volete comunicare all’osservatore dinamismo, una idea potrebbe essere fotografare il mare con un tempo di esposizione in grado di trasformare le onde in scie vaporose e con un cielo empio di nubi trascinate dal vento.

Vi sono però anche delle regole generali: solitamente si tende a consigliare di fotografare all’alba o al tramonto, nel momento cioè in cui il sole è più basso nell’orizzonte ed enfatizza i volumi con ombre lunghe e piene. Ma anche questo è solo un consiglio: la luce di mezzogiorno infatti, con la sua durezza quasi spietata, è ottima per donare ai paesaggi un’atmosfera drammatica, sopratutto nella fotografia in bianco e nero. Fortunatamente la tecnologia oggi viene incontro anche in questo frangente: programmi come The Photographer’s Ephemeris consentono, sulla base del luogo scelto attraverso Google Maps o tramite la localizzazione GPS del nostro cellulare, di calcolare facilmente ora del tramonto e dell’alba, fasi lunari, inclinazione dei raggi e quant’altro. Il programma è disponibile sia per smartphone Apple che Android, e sia per computer Windows e Mac.

Quanto detto, come credo abbiate già capito, ciò si concretizza in una elevata dose di pazienza, una virtù essenziale per qualsiasi genere fotografico che ha a che fare con i capricci e le voglie della natura: preparatevi a lunghi viaggi avanti ed indietro verso il luogo che avete scelto per lo scatto. Fidatevi, quando sarà il momento giusto, sarete ampiamente ricompensati della vostra dedizione e del tempo speso.

L’attrezzatura

Qualsiasi sia la vostra reflex, mirrorlessfotocamera compatta o bridge, fare fotografia paesaggistica sarebbe impossibile senza l’ausilio di un cavalletto o treppiede. Parlando di attrezzatura, infatti, è questo l’accessorio fondamentale da cui partire.

Il treppiede

Le caratteristiche principali che in tale ambito deve possedere un buon treppiede sono essenzialmente due: solidità e stabilità. Non è richiesto molto altro in fin dei conti. La stabilità e la solidità del cavalletto sono infatti parametri essenziali soprattuto nel caso decideste di effettuare lunghe esposizioni, che in tale genere possono raggiungere tempi di decine di minuti e persino di ore. Sulla base di questo è pertanto opportuno diffidare di treppiedi leggeri, ma di investire in quelli più pesanti o, se siete soliti concedervi qualche escursione, spendere qualche euro in più per quelli in carbonio, che uniscono la dote della leggerezza a quella della stabilità e solidità.

Anche la testa del treppiede è da scegliere con cura: solitamente si tende ad evitare quella a sfera prediligendo quelle a tre vie, certamente meno pratiche in contesti dinamici, ma più solide ed affidabili per un genere che fa della stabilità in fase di scatto il suo cardine. Per maggiori informazioni, e per qualche consiglio utile, vi rimando alla nostra guida sulla scelta per la miglior testa treppiede.

La macchina fotografica

Per ciò che riguarda la scelta della macchina fotografica, solitamente il mezzo che meglio si presta è la full frame, in modo tale da poter sfruttare al massimo l’angolo di campo prodotto da grandangolari estremi. Ma non è un dogma assoluto. Anche reflex o mirrorless APS-C, sebbene limitate dal famoso crop factor, sono alternative certamente valide grazie alla disponibilità sul mercato di ultra-grandangolari pensati per tale formato (avete le idee confuse? Date un’occhiata al nostro focus): obiettivi come il Sigma 10-20 promettono infatti angoli di campo paragonabili a quelli di un 17mm su reflex full frame. Ad ogni modo questi discorsi sono puramente didattici, in realtà qualsiasi macchina fotocamera con un obiettivo grandangolare si presta ottimamente alla fotografia paesaggistica.

Indecisi verso quale modello orientarvi? Date una occhiata alle nostre guide sulle migliori mirrorless, sulle migliori fotocamere bridge e sulle migliori reflex.

Gli obiettivi

Parlando di obiettivi la parola più comune usata in tale contesto è solo una: grandangolo. Solitamente i fotografi paesaggisti prediligono grandangolari spinti, al fine di sfruttare al massimo l’esasperazione delle linee e delle proporzioni per donare dinamismo ad una scena altrimenti statica. Tali grandangolari, noti come ultra-gradangolari, sono obiettivi con lunghezza focale compresa in un range che va dai 17mm fino ai 24mm (in formato 35mm o full frame), sebbene vi siano anche eccezioni in grado di spingersi fino agli 11mm come nel caso del Canon EF 11-24mm ƒ/4 l USM. Tuttavia, l’uso di tale tipologia di obiettivi non è così immediata come sembra: la deformazione dovuta ad angoli di campo così spinti necessita di una buona dimestichezza per poter essere usata in maniera soddisfacente, pertanto anche un normale obiettivo grandangolare (come l’ingiustamente denigrato 18-55mm in kit) è una scelta più che ottimale per iniziare ad approcciarsi a tale genere.

Oltre agli obiettivi grandangolari, nella fotografia paesaggistica trovano largo uso anche i telezoom. Questi obiettivi (il cui range focale va dai 70 ai 200/300mm) vengono sfruttati nella paesaggistica grazie alla loro capacità di appiattimento dei piani prospettici. Cosa significa questo? Facciamo un esempio pratico: avete presente la classica foto con il profilo di una collina (o una montagna) con alle spalle una luna apparentemente enorme? Tale effetto non è dato da fotoritocchi o da altri artefizi digitali, bensì dalla capacità del telezoom di avvicinare il piano prospettico del profilo collinare a quello della luna, con l’effetto di schiacciare i due soggetti e far apparire la luna enorme. Sulla base di questo, solitamente nella paesaggistica il telezoom è utilizzato per decontestualizzare elementi del paesaggio (un altro esempio: un albero solitario che si erge da una altura al tramonto) o per ricercare effetti di controluce.

Quanto detto ovviamente non devono essere percepiti come dogmi, ma solo come linee guida comuni. Nella paesaggistica, come per qualsiasi altro genere fotografico d’altronde, non vi è alcun limite nell’uso creativo che ognuno può fare con la propria attrezzatura.

I filtri

Abbiamo affrontato il tema della macchina fotografica, del treppiede e degli obiettivi, ma non si potrebbe concludere tale capitolo senza parlare di filtri.

Nella fotografia paesaggistica l’utilizzo di filtri è un qualcosa di quasi imprescindibile, sia per allungare i tempi di esposizione sia per eliminare riflessi. È questo il motivo per cui i filtri più utilizzati nella paesaggistica sono i cosiddetti ND ed i polarizzatori.

Partiamo dai primi. I filtri ND (o neutral density) sono lastre fotografiche (o filtri a vite) che poste davanti alla lente servono per scurire la scena e quindi allungare i tempi di esposizione: meno luce arriva al sensore grazie al filtro, più sarà lungo il tempo per esporre correttamente la foto. Ne esistono di due tipi: gli ND ed i GND, la differenza tra i due è che mentre l’ND presenta uno scurimento omogeneo su tutto il filtro, il GND (Graduated Neutral Density) presenta invece una certa gradualità che può essere sfumata o più netta nel caso il GND sia classificato come soft hard. Tale filtro consente di scurire solo una porzione della scena, una scelta ideale quando si tratta di fotografare al tramonto in quanto ci troviamo di fronte ad una condizione di forte squilibrio esposimetrico tra il cielo (fortemente illuminato) ed il terreno invece più in ombra. Il filtro GND in tale contesto riequilibra i due piani permettendoci con un unico scatto di avere correttamente esposto sia il cielo che il terreno.

I filtri ND, e GND che dir si voglia, vengono classificati in base al loro potere di assorbimento della luce. Nella fotografia i più diffusi sono gli ND2, ND4, ND8, ND16 e ND32, che permettono una riduzione degli ƒ-stop (e quindi un allungamento del tempo di esposizione) pari a 1, 2, 3, 4 e 5 stop. Un filtro ND particolare, ma che nella fotografia paesaggistica consente di ottenere effetti molto interessanti, è il filtro ND400, in grado di apportare una riduzione di circa 9 stop e permettere tempi di esposizione di decine di minuti al tramonto (basti pensare che tale filtro consente di ottenere un tempo di esposizione di circa 30 secondi a mezzogiorno con apertura ƒ/8). Se siete interessati a saperne di più vi invitiamo a dare un’occhiata al focus dedicato al filtro ND400.

Per ciò che riguarda invece i polarizzatori possiamo dire che si tratta di una tipologia di filtro fotografico in grado di eliminare i riflessi attraverso il fenomeno della polarizzazione, per l’appunto, della luce. Tale fenomeno fisico si basa sulla capacità del filtro di discriminare il passaggio di determinate onde luminose (solitamente riflesse dall’acqua) consentendo di ridare trasparenza alla superficie del mare o a quella di un ruscello. L’effetto del polarizzatore aumenta man mano che si ruota il filtro, orientando a piacimento il piano di polarizzazione. Gli effetti del polarizzatore nella fotografia di paesaggio sono massimi quanto più il sole è perpendicolare al fotografo (quindi il picco lo si ha nello zenit, a mezzogiorno) e consiste in un aumento della saturazione del cielo e del fogliame o, come dicevamo, nel ridare trasparenza a ruscelli, laghi e mari eliminando i riflessi provenienti da tali corpi idrici.

Altri accessori

Gli ultimi accessori che trattiamo sono il telecomando per lo scatto remoto e l‘intervallometro. Il telecomando per lo scatto remoto, come è intuibile dal nome, altro non è che un dispositivo a cavo, o in alternativa wireless, che consente alla fotocamera di scattare  in remoto, cioè senza toccare il pulsante di scatto della nostra macchina fotografica. Tale accessorio riveste grande utilità nella paesaggistica, in quanto elimina le vibrazioni dovute alla pressione del pulsante sulla macchina in favore della nitidezza. Solitamente il telecomando viene utilizzato in associazione della funzione di pre-sollevamento dello specchio. Grazie a tale sistema, si elimina sia la vibrazione dovuta al tocco della macchina fotografica ad opera del fotografo, sia della vibrazione dovuta all’innalzamento dello specchio. Tutto ciò è di grande utilità sopratutto nelle lunghe esposizioni, ma in generale permette di ottenere la massima nitidezza che il sensore della nostra macchina è in grado di offrire.

Per ciò che riguarda l’intervallometro, essenzialmente si tratta di un dispositivo che consente di eseguire esposizioni multiple ad un intervallo di tempo programmato. Nella fotografia paesaggistica tale accessorio risulta essenziale nel caso siate interessati al genere dello strartrail (che vedremo più avanti), una tecnica che consente di imprimere il movimento apparente delle stelle (apparente perché in realtà è la terra a ruotare, mentre le stelle rimangono fisse) grazie ad una serie di scatti al cielo ad intervalli di tempo prestabiliti. Questi scatti, dopo essere stati sommati in fase di post produzione, daranno una foto finale in cui ogni stella corrispondere ad una scia luminosa. Per saperne di più su tale accessorio, abbiamo scritto un focus dedicato raggiungibile a questo link.

La tecnica

Una buona fotografia paesaggistica si compone essenzialmente di due elementi: un buon soggetto in primo piano ed uno sfondo, entrambi ovviamente ben messi a fuoco con l’utilizzo di diaframmi chiusi in modo da enfatizzare al massimo la profondità di campo.

Da questo assunto, apparentemente semplice ed immediato, in realtà si diparte un ginepraio non indifferente: quali tecniche assicurano la riuscita di una buona fotografia paesaggistica?

In realtà, riguardo alcune di esse, avevamo già dedicato diversi focus. La prima tecnica è quella della doppia esposizione, che può considerarsi la base per affrontare il genere della paesaggistica. Senza dilungarsi troppo, si tratta di effettuare due scatti in modo tale da ampliare la gamma dinamica del sensore della nostra reflex: il primo scatto sarà per il soggetto principale, sia esso un terreno o la superficie del mare, ed il secondo servirà per esporre correttamente il cielo. Come abbiamo detto, al tramonto, tali piani risultano fortemente squilibrati tra loro da un punto di vista esposimetrico (il cielo è decisamente più luminoso rispetto al primo piano del terreno) e pertanto si necessita di un qualcosa per riequilibrare la situazione: nella fotografia analogica questo qualcosa era il filtro GND, ma nella fotografia digitale è possibile bypassare l’uso del filtro effettuando più esposizioni e poi unendole in Photoshop. Ciò consentirà di ottenere un unico scatto in cui sia cielo che primo piano saranno correttamente esposti.

Derivante da questa tecnica, poiché la modalità di applicazione è essenzialmente simile, vi è quella per aumentare la profondità di campo. Come abbiamo detto una buona fotografia paesaggistica si compone di un primo piano e di uno sfondo, ma spesso può accadere che il primo piano sia un soggetto come un fiore, un muschio o in ogni caso un elemento che, a causa delle sue dimensioni, non consente di avere tutta la scena a fuoco anche con un diaframma chiuso. Per risolvere il problema, si procede come per il metodo della doppia esposizione e cioè effettuando più scatti: in questo caso, però, ciò che si varierà non è l’esposizione di ogni scatto, bensì il punto di messa a fuoco, in modo tale che, unendo successivamente i fotogrammi in post produzione, se ne otterrà uno solo in cui ogni cosa sarà correttamente al fuoco e la profondità di campo massima.

Un’altra delle tecniche più utilizzate nella fotografia di paesaggio è l’uso delle lunghe esposizioni. Solitamente queste sono associate a soggetti come torrenti, fiumi o le onde del mare, al fine di rendere le masse d’acqua corpi vaporosi ed evanescenti. In realtà tale tecnica ben si presta anche per immortalare il movimento delle nuvole nel cielo, grazie al vento in quota che le spazza lontano verso l’orizzonte. In entrambi i casi il modo migliore è utilizzare tempi di esposizione molto lunghi, ottenibili grazie all’uso di filtri ND e GND. Uno dei filtri più interessanti in tal senso è l’ND400, citato poc’anzi, che consente di raggiungere tempi molto dilatati, ideali per tale tipologia di scatti.

Per concludere, è impossibile non citare la fotografia paesaggistica notturna. Come è intuibile dal nome, tale genere consiste nel fotografare di notte, approfittando della luce lunare. Sempre inerente a tale branca, vi è anche la tecnica dello startrail, che permette di immortalare il movimento della volta celeste effettuando una serie di scatti che, in post produzione, saranno fusi. Della fotografia notturna e degli startrail abbiamo già parlato in focus appositi, raggiungibili attraverso i seguenti link: introduzione alla fotografia notturna e come fotografare le stelle.

Conclusioni

Concludendo, la fotografia paesaggistica è un genere fotografico che richiede tempo e dedizione, ma che sa ricompensare. Approcciandosi ad essa, ci si dovrebbe concentrare sulla voglia di esplorare il mondo e di raccontare un pezzo di esso, piuttosto che divenire preda di raggiungere un risultato ad ogni costo.

Spesso si crede che per fare una buona fotografia di paesaggio si debba per forza di cose viaggiare verso mete esotiche: non vi è niente di più errato. Provate a guardarvi attorno, rimarrete sorpresi nel constatare che spicchi di bellezza risiedono ovunque intorno a noi. Credetemi, non serve molto: anche una pozzanghera in cui si riflette la luce del sole può essere la base ideale per una fotografia in grado di trasmettere qualcosa.

In fondo, ciò che realmente è importante è solo una cosa: possedere un occhio curioso, capace di indagare e trovare bellezza, sopratutto laddove essa si cela.