Cosa sono e come funzionano le fotocamere DSLR

Introduzione

Le Digital Single Lens Reflex (DSLR) rappresentano attualmente la scelta più diffusa fra i fotografi, professionisti o amatori. Storicamente le DSLR sono la naturale evoluzione, dettata dal progresso tecnologico, delle SLR a pellicola (Single Lens Reflex). Per completezza è bene specificare che tale classificazione risulta ampiamente superata, in quanto la differenza fra le due tipologie riguarda non il meccanismo di funzionamento, bensì il tipo di elemento sensibile: un tempo pellicole 35mm, oggi sensori digitali di tipo CMOS o CCD.
Mentre un tempo il costo proibitivo delle DSLR le rendeva accessibili soltanto ad una fetta molto selezionata di utenza (solitamente di tipo professionale) il graduale e deciso abbattimento dei costi ha portato queste macchine fotografiche ad espandersi in ogni tipo di ambito, con la creazione di categorie di reflex dedicate sia al fotografo principiante, sia all’amatore evoluto e sia al professionista più esigente.
Ma, adesso, scendiamo un po’ più nel dettaglio.

Il meccanismo reflex

Cosa fa di una macchina fotografica (DSLR o SLR che sia) una reflex?
Nei precedenti articoli abbiamo visto come il progresso abbia portato ad una notevole differenziazione delle tipologie di macchine fotografiche, le quali, a fronte dell’obiettivo comune di immortalare un istante, presentano in realtà numerose caratteristiche peculiari che le rendono profondamente diversificate fra loro.
Una DSLR è caratterizzata dalla presenza di un sensore (da qui il nome Digital) e da un sistema di specchi.
Se è vero che l’introduzione di un sensore di tipo digitale abbia comportato una enorme evoluzione nel panorama fotografico, le modalità con cui la luce giunge fino ad esso è rimasta immutata rispetto alle SLR 35 mm dei precedenti decenni.
Questo meccanismo è costituito dai seguenti elementi:

  • Obiettivo
  • Specchio
  • Pentaprisma
  • Sensore

DSLRIn fase di mira, nel momento cioè in cui inquadriamo la scena, lo specchio risulta abbassato e ciò fa sì che la luce venga indirizzata al pentaprisma. Il pentaprima, a sua volta, è un elemento composto da cinque specchi: la luce rimbalza attraverso di essi e giunge fino all’occhio del fotografo, permettendo quindi di comporre la foto. Al momento dello scatto, l’azione sull’apposito pulsante fa sollevare lo specchio che va ad oscurare il pentaprisma, la luce raggiunge il sensore e la foto viene immortalata attraverso meccanismi che trasformano l’informazione contenuta nel fotone in pixel digitali. Al termine della fase di scatto lo specchio riscende nella sua posizione originaria, il sensore viene coperto e di conseguenza si torna nella situazione di partenza.
Quello che storicamente portò al successo e, più avanti, alla capillare diffusione di tali macchine fotografiche, fu proprio la capacità di visualizzare attraverso il mirino ottico la scena posta dinanzi all’obiettivo fotografico. Oggi può sembrare un qualcosa di scontato, ma in un mondo popolato da macchine biottiche o telemetro questo dettaglio risultò vitale.
Sia le macchine telemetro (tipologia con la quale si identificano solitamente i piccoli gioielli ingegneristici della tedesca Leica) e sia le biottiche (le più famose appartenenti alla Rolleiflex) avevano il difetto di non permettere al fotografo di visualizzare esattamente ciò che l’obiettivo fotografico avrebbe successivamente immortalato. DSLRTale difetto è noto come errore di parallasse, così debitamente definito: errore dovuto allo spostamento apparente di un oggetto rispetto a un riferimento qualora lo si osservi da due punti diversi (dal dizionario Garzanti).
Poco chiaro? Semplifichiamo.
Immaginiamo di fotografare con una macchina a telemetro: guardando attraverso il mirino non stiamo osservando realmente la luce proveniente dall’obiettivo fotografico, ma quella che giunge a noi attraverso una porzione della macchina nota come “cabina telemetrica”. In fase di scatto dobbiamo tener conto di questo: l’angolo di visualizzazione leggermente diverso, se non compensato, comporterà una foto “sfalsata” rispetto a ciò che si è inquadrato.
Le reflex biottiche devono il loro nome alla caratteristica di possedere due obiettivi: il primo usato per inquadrare la scena, il secondo che svolge il compito di dirigere la luce alla pellicola. Anche qui, come è intuibile, l’errore di parallasse rimane.
Nelle reflex si ha il superamento di questo handicap: la luce che arriva al mirino ottico è la stessa che passa attraverso l’obiettivo, permettendoci di immortalare la foto così come l’abbiamo inquadrata.

APS-C e Full Frame: cosa le differenzia

Nella fotografia tradizionale il formato 135 (o 35 mm) è composto da una pellicola impressionabile di altezza 24 mm e lunghezza 36 mm. La fotografia digitale ha tentato di mantenere inalterato questo rapporto nella costruzione dei suoi sensori ma, con l’avvento delle reflex per il grande pubblico, fu da subito chiaro che l’abbattimento dei prezzi, necessario per penetrare nella fascia di mercato entry level, doveva passare per forza di cose in una riduzione dei costi di produzione delle macchine fotografiche.
L’elemento più costoso nelle reflex digitali è sicuramente il sensore. Pertanto la prima scelta dei produttori fu quella di introdurre un formato noto come APS-C o “piccolo formato”. Esso è costituito da un sensore di più piccole dimensioni, con pixel conseguentemente più ammassati, ed i cui vantaggi hanno permesso, oltre alla riduzione dei costi, la creazione di reflex digitali più compatte e quindi più appetibili all’utenza amatoriale.

DSLR Il formato Full Frame, d’altro canto, è costituito da reflex (solitamente ammiraglie o top di gamma) con sensore di dimensioni pari a quelle del formato 135, e quindi di misura 24×36 mm. I costi di produzione, come dicevamo, sono alquanto elevati e pertanto alla tipologia Full Frame appartengono macchine fotografiche orientate ad una utenza prettamente professionale.

Il crop factor

L’introduzione del formato APS-C ha comportato anche un altro aspetto particolarmente rilevante per un fotografo: il cosiddetto crop factor. Esso si manifesta all’acquisto di un’ottica: poiché le focali di un obiettivo sono espresse in mm equivalenti al formato 135, l’uso con reflex APS-C comporta un “taglio” dovuto al fatto che la porzione impressionabile di tali sensori risulta leggermente più piccola rispetto a quella di un sensore tradizionale.
Più chiaramente: a parità di lunghezza focale dell’obiettivo, adoperare un sensore più piccolo ha l’effetto di registrare la sola porzione centrale dell’immagine proiettata, con conseguente effetto di moltiplicazione della focale effettiva Questo fattore di moltiplicazione della focale fa sì che, nel formato APS-C, gli obiettivi si comportino come se avessero una lunghezza focale superioreDSLR
Questo crop factor, o fattore di moltiplicazione che dir si voglia, non è lo stesso per ogni macchina fotografica, ma varia in funzione delle scelte del produttore: Canon, ad esempio, adotta un fattore di moltiplicazione pari a 1.6X, Nikon 1.5X e così via.
Tutto questo si riflette ovviamente nei ragionamenti di chiunque voglia comprare un’ottica ed usarla sul piccolo formato. L’acquisto di grandangolari spinti dovrà tener conto dell’effetto del fattore di moltiplicazione inerente la propria reflex. Infatti, un obiettivo 17-40mm si tramuterà su una Canon APS-C in un 27-68mm, un 100mm si comporterà come un 160 mm, e via così discorrendo. Viceversa, utilizzando una reflex Full Frame, non dovremo preoccuparci di nulla: un 17-40 rimarrà tale, per la gioia dei fotografi paesaggisti.
Un tempo le reflex APS-C erano associate ad una utenza essenzialmente principiante, ponendosi come primo approccio alla fotografia. Negli ultimi anni, tuttavia, le cose sono molto cambiate e l’adozione di reflex APS-C anche in segmenti di tipo professionale ha assunto sempre più spesso forte rilevanza. Le case produttrici si sono mosse di conseguenza, proponendo modelli professionali dotati di sensore piccolo formato e ottiche dedicate ad APS-C.

Conclusioni

Sia essa una reflex a pellicola, una Full Frame o una APS-C, il mondo delle SLR e DSLR ha da sempre rappresentato lo strumento più flessibile ed ideale della maggior parte dei fotografi.
L’adozione di uno specchio ribaltabile è stata la ragione del loro successo a discapito di macchine telemetro o biottiche, che tuttavia mantengono però una loro fedele fetta di affezionati.
Oggi l’evoluzione tecnologica sta tentando di andare oltre il concetto di reflex, proponendo macchine prive di specchio (dette Mirrorless, di cui abbiamo parlato qui) e fotocamere sempre più compatte.
Certo, sarà difficile scalzare la reflex dall’immaginario di ogni fotografo, ma chissà… in fondo nessuno può saperlo.

Hai qualche altra domanda da porci? Lascia i tuoi commenti qui sotto e provvederemo a darti le risposte che cerchi e ad integrare questo articolo per renderlo sempre più completo ed alla portata di tutti. Se vuoi restare sempre aggiornato sull’argomento consulta la nostra sezione Reflex news e recensioni.

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Fonti immagini: TerapixelBlog, Wikipedia

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