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Firewatch recensione: uno spettacolare tramonto visto dal purgatorio

Firewatch recensione: uno spettacolare tramonto visto dal purgatorio

Finalmente è giunto il momento anche per noi di vivere l'attesa avventura progettata dallo studio indie Campo Santo. Ecco la nostra recensione di Firewatch / Ultima modifica il

Ormai, sempre più spesso, il florido mercato dei videogiochi di produzione indipendente sembra ragionare per estremi: da una parte titoli che mettono in luce la loro vena strettamente ludica, con meccaniche studiate nei minimi particolari per permetterci di affrontare una sfida nuova ed originale; dall’altra troviamo videogiochi di puro storytelling, vale a dire titoli votati più all’intrattenimento di uno spettatore che di un vero e proprio giocatore. Avventure, dunque, più brevi, intense ed emozionanti, che cercano di agganciare i giocatori attraverso l’anima, più che la mente. Ne rappresenta un esempio perfetto proprio il primo progetto dello studio indie Campo Santo: Firewatch.

Annunciato nel 2014, il titolo è stato rilasciato pochi giorni fa su PC e in esclusiva console su PlayStation 4. È quindi arrivato il momento delle nostre considerazioni al termine di questa attesissima avventura.

Firewatch manda tutti a lezione di storytelling, con un’esperienza di rara umanità

Di base, il titolo di Campo Santo rappresenta un’avventura in prima persona in cui andremo a vestire i panni di Henry, impegnato come vedetta nell’immenso parco naturale di Yellowstone con il compito di prevenire eventuali incendi estivi. Coordineremo i lavoro quotidiano con il nostro supervisore Delilah, con cui saremo in grado di comunicare unicamente attraverso il walkie-talkie.

L’intero intreccio narrativo ha inizio con uno dei più semplici ed emozionanti prologhi mai scritti. In forma testuale, potremo scegliere regolarmente tra due possibilità con cui continuare la narrazione. La vicenda parte nel 1975, anno in cui il nostro protagonista conosce Julia, con cui intraprenderà una positiva relazione con momenti felici e qualche ostacolo lungo la strada.

Improvvisamente, all’età di 41 anni a Julia viene diagnosticata una prima forma di Alzheimer, costringendo Henry a grandi sacrifici per prendersi cura dell’amore della sua vita. Le condizioni di Julia, tuttavia, tendono a peggiorare sempre di più, conducendo Henry in uno stato di profonda depressione fino alla decisione di trasferire Julia dai suoi genitori, maggiormente in grado di prendersi cura di lei. Non ancora del tutto ripresosi dai tristi avvenimenti, Henry decide di cambiare di netto la sua vita accettando un lavoro come vedetta nel parco di Yellowstone. È il 1988 e la nostra avventura ha inizio.

Una volta giunti alla nostra torre d’osservazione facciamo conoscenza con Delilah, supervisore delle altre sentinelle all’interno della riserva naturale che ci introduce ai nostri compiti per i giorni successivi. Tra i due si nota immediatamente una certa complicità, nonostante nessuno dei due abbia mai visto l’altro per via della lunga distanza tra i settori di competenza; distanza annullata solo dalle loro comunicazioni attraverso la radio. Tra attività quotidiane di routine e piacevoli conversazioni, Henry si ritroverà protagonista di misteriosi accadimenti, tra vecchie conoscenze e fantasmi del passato; ma mi fermerò qui per quanto riguarda la sinossi di Firewatch, dato che sarebbe un gesto oltremodo sadico sviscerare l’intero intreccio in merito ad un titolo interamente dedicato a farci vivere una storia.

Nella sua intera durata – seppur breve, parlando di 5/6 ore – Firewatch si è presentato come uno dei racconti meglio scritti in assoluto all’interno di un videogioco, ma soprattutto una delle esperienze umane più vere in assoluto. Parlo volutamente di “vero” in senso lato: con un evolversi delle vicende che ci potrebbe rimandare ad una classica storia impregnata di misteri e sotterfugi, Firewatch ha saputo riportarmi nella sua conclusione alla realtà di tutti i giorni, facendomi fare i conti con una vicenda che, alla fin fine, avrebbe potuto toccare chiunque al giorno d’oggi. E per quanto l’intreccio esprima una verità ordinaria estremamente profonda, non manca certo di metafore di altrettanto spessore. Le vite dei due protagonisti, così distanti eppure così vicini, si trovano perennemente intrecciate dal tema centrale della colpa. Sia Henry, sia Delilah – infatti – condividono un fardello estremamente pesante rappresentato dal loro passato, vedendosi relegati all’interno dell’immensità naturale della foresta, con il preciso compito di prendersi cura di qualcosa che va ben al di là delle loro possibilità; un fuoco inarrestabile che – in conclusione – trascende la sua realtà naturale e prende la forma un traguardo quasi metafisico.

Due protagonisti che cercano la redenzione all’interno di una visione naturale solo apparentemente pacifica, che al contrario mette a dura prova la loro convinzione di poter voltare pagina lasciandosi il passato alle spalle. Perché alla fine siamo bene o male tutti legati indissolubilmente al passato e la nostra convinzione di poter raggiungere un nuovo livello nella nostra vita – il continuo avvicinamento di Henry e Delilah – senza aver pareggiato i conti con i propri fantasmi rappresenta nient’altro che un miraggio, quasi una sorta di specchio: gli spettacolari panorami sugli inarrestabili fuochi della natura sono qui una vista dall’alto della contrastata natura dell’Uomo.

Un finale perfetto, ma che potrebbe dividere

Se non avete ancora giocato Firewatch, vi consiglio caldamente di passare direttamente al prossimo capitolo.

Paradossalmente, per un evoluzione dal climax ascendente, la conclusione di Firewatch potrebbe apparentemente sembrare fin troppo sbrigativa, se non deludente. Con così tanta carne al fuoco presente dopo le 5 ore di gioco, sembrerebbe quasi di rimanere a mani vuoti all’apparire dei titoli di coda. Eppure, personalmente considero quello di Firewatch un finale assolutamente perfetto, e vi spiego il perché. Perché Henry e Delilah non si incontrano? Semplicemente perché non era il loro destino: entrambi, infatti, condividono la loro lotta interiore per affrontare i drammi del proprio passato e la presenza dell’uno per l’altro rappresenta semplicemente il supporto che li spinge a fare i conti con i propri fardelli.

Firewatch è una costante risalita, una risalita dal Purgatorio fino alla propria personale redenzione, che si compie per i due protagonisti in modi completamente diversi, se non opposti. Da una parte abbiamo Henry, consapevole alla fine che non è in un nuovo amore il suo futuro, almeno non ancora; dall’altra parte Delilah, prigioniera della paura che i suoi fallimenti personali abbiano causato la morte di una persona cara. Questo, alla fine, è il punto cruciale in cui la capacità narrativa di Firewatch eccelle: Henry e Delilah non si possono incontrare perché destinati a due vite differenti; la presa di coscienza di Henry che lo renderà finalmente libero e lo condurrà a vivere la SUA storia, proprio là dove si era interrotta al termine del prologo; e l’autocondanna di Delilah, che seguirà metaforicamente Ned Goodwin in un nuovo viaggio per la propria redenzione.

Firewatch, nella sua conclusione, ci insegna magistralmente ad andare oltre la semplice superficie, oltre alla splendida cornice dei tramonti o ai possibili intrighi, andando a regalarci un finale del tutto umano e reale. I misteri, le sparizioni, i possibili complotti rappresentano un semplice diversivo che può incautamente forviare un giocatore – o meglio spettatore – fin troppo abituato a storie di pura e semplice fantasia, per farlo invece tornare a riflettere sull’assoluta profondità del suo quotidiano. Nel più assoluto rispetto, tuttavia, è necessario aggiungere che questo mio giudizio può benissimo essere preso per quello che è, ossia un’opinione strettamente personale. Infatti, posso tranquillamente sostenere che un giudizio puramente oggettivo su un’esperienza del genere sia assolutamente impossibile; ma anche questo fatto denota – se posso – la grande profondità di Firewatch.

Una libertà d’azione ridotta all’osso, con pochi sistemi perfettamente strutturati

A contorno di una narrazione tanto importante, Campo Santo ha optato per un sistema di gameplay assolutamente elementare. Infatti, per evitare che il giocatore venga sviato dalla spettacolarità dell’ambientazione, le nostre possibilità di esplorazione all’interno della riserva saranno pressoché nulle e limitate a precisi percorsi all’interno della mappa, dai quali non potremo più di tanto sottrarci. A supporto del giocatore ci saranno unicamente una mappa, che potremo regolarmente consultare per pianificare la direzione del nostro viaggio, ed una bussola per orientarci durante gli spostamenti. A questi strumenti di base si aggiungono pochi altri oggetti di uso più raro, come la torcia – nonostante anche l’ambientazione notturna non ne necessiti l’uso – ed un’accetta per liberare i sentieri dai rari ostacoli.

Non dimentichiamoci poi dello strumento più curioso in assoluto, vale a dire la macchina fotografica che troveremo dopo i primi giorni. Anche in questo caso tale strumento si aggancia perfettamente alle diverse chiavi di lettura della storia di Firewatch, portandoci – ad un livello superficiale – a scattare fotografie nei momenti salienti dell’intreccio, in zone chiave o alla presenza di oggetti misteriosi, per poi capire che il compito della macchina fotografica sarà semplicemente quello di immortalare i panorami più spettacolari. Una sorta di rottura della quarta parete: non una macchina fotografica utilizzata ai fini del gioco, ma direttamente per noi stessi. Non a caso Campo Santo ha riservato ai giocatori un’interessante possibilità al termine dell’avventura: potremo infatti far stampare gli scatti effettuati e farceli recapitare direttamente a casa nostra.

Estremamente ben congegnato è il sistema di dialoghi: mediante l’uso della radio potremo rispondere con diverse possibilità entro un tempo limite, considerando anche il nostro silenzio come una tacita risposta. Allo stesso modo ho molto apprezzato la possibilità di leggere direttamente i documenti trovati sul campo. Ci sarà comunque la possibilità di leggere i documenti in formato standard, ma basterà una semplice zoomata sul foglio originale per poterlo leggere interamente senza bisogno di convertirlo.

La cornice del dramma umano è un panorama mozzafiato, surreale ma affascinante

Non c’è nulla da dire per quanto riguarda Firewatch dal punto di vista visivo: è semplicemente uno spettacolo per gli occhi. Basteranno, infatti, pochi passi in ogni direzione per scorgere una vista panoramica di indescrivibile bellezza. Nel corso dell’avventura potremo scoprire e godere degli splendidi paesaggi della riserva naturale di Yellowstone durante tutto l’arco della giornata, dalle prime luci dell’alba agli spettacolari tramonti, fino alle suggestive viste notturne.

Lo stile grafico di Firewatch annuncia immediatamente alcune delle note menti dietro il neo formato studio Campo Santo, che conta ex sviluppatori di progetti altisonanti come Bioshock e The Walking Dead; in particolare quest’ultimo si fa notare per lo stile ibrido tra il fotorealistico ed il fumetto. I colori volutamente saturi ed accesi richiamano immediatamente atmosfere surreali, ma in grado di catturarci dal primo istante senza mai stancare.

Il tutto viene arricchito da un doppiaggio inglese di primissimo livello, con doppiatori già noti del calibro di Rich Sommer (Mad Men, L.A. Noire) e Cissy Jones (The Walking Dead) e soprattutto dalla meravigliosa colonna sonora originale scritta e diretta da Chris Remo. Dall’introduzione ai memorabili titoli di coda, la musica di Remo non ci accompagnerà in maniera continua nel corso dell’avventura, ma comparirà in momenti significativi moltiplicando non poco l’immersione del giocatore/spettatore nell’intreccio narrativo, quasi a volersi far desiderare. Ogni brano sarà ben differenziato ed assolutamente ben inserito all’interno della trama, dall’accompagnamento del prologo – che ricorda vagamente le atmosfere sognanti degli Arcade Fire – fino alla musica acustica a volte pacificante, a volte volutamente distorta per meglio farci comprendere gli avvenimenti circostanti.

Firewatch recensione: le nostre conclusioni

Firewatch necessiterebbe forse di un doppio giudizio. Da una parte, infatti, troviamo un gameplay estremamente limitante per il giocatore ed interamente sacrificato ai fini della trama; dall'altra, tuttavia, dobbiamo necessariamente tenere conto che stiamo parlando di un titolo quasi esclusivamente basato sulla sua capacità di storytelling. E in questo senso, se scaverete al di sotto della già appassionante superficie, troverete una storia scritta in maniera semplicemente magistrale, forte di un climax ascendente in termini di qualità e soprattutto profondità. Firewatch, infatti, è un titolo dalle due facce: una splendida cornice caratterizzata da un'ambientazione spettacolare ed affscinante, quasi surreale; ed un dramma estremamente reale ed umano, capace di emozionarci, farci riflettere profondamente su questioni che vanno ben al di là del mero intrattenimento videoludico e - perché no - anche immedesimarci. E in questo senso, Firewatch è davvero capace di raggiungere l'eccellenza. Se, al contrario, siete alla ricerca di un intrattenimento più immediato e superficiale, di qualche plot twist sparso qua e là secondo una ricetta sempre più spesso sovrasfruttata, questo titolo potrebbe essere facilmente frainteso; per non dire che potrebbe addirittura deludervi. Personalmente, non mi sono ritrovato in quest'ultimo caso e ne sono testimoni le poche ma significative lacrime al sopraggiungere dei titoli di coda, accompagnati dalla travolgente voce di Etta James sulle note di I'd rather go blind.

Pro
Una storia scritta magistralmente, di rara profondità ed umanità
Visivamente indimenticabile
Doppiaggio e colonna sonora semplicemente splendidi
Contro
Se cercate qualcosa di più immediato e superficiale, potrebbe anche deludervi
valutazione finale10