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Cuphead recensione: divertimento infernale

Cuphead recensione: divertimento infernale

Cuphead è un gioco come non se ne sono mai visti finora, un platform innamorato dei cartoni anni '30 ed interamente animato a mano, con una colonna sonora jazz superba. / Ultima modifica il

Aah, Cuphead. Ne è passato di tempo da quell’E3 del 2014 in cui uno spezzone di soli trenta secondi fece brillare gli occhi a giornalisti e appassionati, con la sua colonna sonora jazz e le sue animazioni da cartone anni ’30, e quei protagonisti di porcellana impegnati a giocarsi la propria anima al tavolo della roulette. Le impressioni di Cuphead portarono alla luce la sua energia, il suo aspetto unico e la sua ormai leggendaria difficoltà, un mix che ha sollevato tante critiche quante lodi. Lunghi tempi di sviluppo e un’evoluzione tormentata hanno portato al prodotto finale, smantellato e ricostruito da capo svariate volte. Oggi, cos’è Cuphead? Approfondiamolo all’interno della nostra Cuphead recensione.

Una storia degna di un cartoon

L’idea alla base del gioco nasce nel 2010, da due fratelli di Toronto cresciuti guardando vecchie videocassette di famiglia con cartoni di Braccio di Ferro, Betty Boop, Mickey Mouse e altri personaggi storici di studi come Disney e Fleischer. Partito come un progetto del fine settimana di due o tre sviluppatori, dopo l’esplosione all’E3 i fratelli hanno deciso di scommettere tutto sulla loro testa di tazza, ipotecando le loro case per espandere il team di sviluppo e rifacendo il gioco seguendo le critiche che gli erano state lanciate.

 

Oggi, Cuphead è un videogioco sviluppato da Studio MDHR, un gruppo formato dai fratelli Moldenhauer e svariati collaboratori musicali e artistici. Ispirato a giochi run and gun come Gunstar Heroes, Contra e Metal Slug, Cuphead è un tributo all’epoca dei cabinati a 16 bit nello stile dei cartoni animati americani degli anni ’30. La differenza rispetto ad altri tipi di tributi come Shovel Knight è che Studio MDHR ha deciso di costruire il gioco con lo stesso metodo usato nel periodo: Cuphead è stato animato interamente su carta, lavorando con gomma e matita invece di computer, un processo incredibilmente lungo e complesso che ha richiesto centinaia di disegni diversi per ogni singolo personaggio.

L’impegno si nota. Le animazioni sono di una qualità che non ha paragoni – letteralmente – in nessun altro videogioco, intenzionalmente stilizzate, ma sempre fluide e responsive. L’avventura che passerà Cuphead, assieme a suo fratello Mugman se siete tipi da multiplayer, si può riassumere in una frase: i due fratelli hanno perso le loro anime al tavolo da gioco, e il Diavolo gliele restituirà solo se saranno in grado di portargli i contratti delle anime dei 19 boss sparsi in giro per le Inkwell Isles. La trama è poco più di una scusa per far finire il duo in situazioni sempre più surreali e cartoonesche, proprio come i cartoni a cui è ispirato.

Morire in mille modi diversi

E funziona benissimo. Bisogna prepararsi a scontri che vanno da una battaglia contro ortaggi giganti alla sfida di un genio trasformista, passando per il lanciarsi all’assalto di un castello di dolci e marzapane. Il gioco è un’esplosione di colore e proiettili di ogni tipo: una lunga boss rush ibrida, una serie di boss in sequenza (stile Titan Souls) ognuno con diverse fasi e trasformazioni pronte a cogliere il protagonista di sorpresa. Ci sono delle sezioni platformer sparse attraverso le isole, ma sono quasi tutte opzionali, e servono principalmente a raccogliere le monete d’oro necessarie a comprare gli importantissimi upgrade da Porkrind, il fratello losco di Porky Pig.

L’arsenale che Cuphead può accumulare durante il gioco è variegato: sei armi disponibili in totale, tra le quali se ne possono selezionare soltanto due, unite a sei amuleti che influenzano il protagonista passivamente e tre attacchi speciali possibili. Sono opzioni che permettono stili di gioco molto diversi, a seconda delle abilità del giocatore e del livello; se hai bisogno di concentrarti sullo schivare, i proiettili a inseguimento del Chaser possono permetterti di lasciare a casa la precisione, oppure puoi decidere di resistere a una cannonata in piena fronte equipaggiando un amuleto che aumenta i tuoi punti vita da tre a cinque, ma riduce di parecchio il danno dei tuoi proiettili. Prendersi del tempo per abituarsi ai controlli e far pratica con le armi e la schivata non è una cattiva idea: Cuphead è difficile. Molto difficile.

L’attacco è la miglior difesa

L’altra meccanica fondamentale del gioco è un interessante e versatile sistema di parry. Occasionalmente ci troveremo davanti proiettili o nemici di colore rosa, che possono essere “parati” premendo una seconda volta il tasto Salto. Anche se all’inizio questa mossa sarà utile solo per ricaricare il contatore del nostro attacco speciale, più si andrà avanti nel gioco più il saper padroneggiare le parry diventerà necessario, usandole per attivare interruttori, saltare da un attacco all’altro e trovare una via di fuga tra le decine di proiettili. E, ovviamente, non può mancare il contatore del nostro numero di morti, ciliegina su una torta fatta di panna e frustrazione. Scoprire in che parte dell’isola si trova, però, sarà compito del giocatore.

Quando non è impegnato a sconfiggere un boss dietro l’altro, Cuphead può esplorare liberamente le Inkwell Isles, parlando coi suoi abitanti e trovando segreti e scorciatoie che permettono di cambiare l’ordine con cui si affrontano i vari livelli. Ci sono anche una buona quantità di extra da sbloccare, incluso un New Game+ che permette ai veri masochisti di riaffrontare i vari boss a una difficoltà ancora maggiore, filtri per l’immagine (tra cui un nostalgico bianco e nero) e canzoni. Per poterli sbloccare, Cuphead dovrà esplorare la mappa, cercando di capire cosa vogliono i vari personaggi e scoprendo zone segrete nascoste tra i magnifici sfondi colorati. Magari quella strada che scompare alla base della scogliera procede da qualche altra parte…

Insomma, un gioco perfetto? Non proprio. Uno stile così particolare crea problemi nel settore del game design, il primo dei quali è la difficoltà nel capire quali punti dei boss possono essere colpiti e quali invece sono in grado di farci danno. In teoria i boss dovrebbero lampeggiare, ma è difficile rendersene conto nella foga della battaglia, e la mancanza di barre che indichino la loro vita non aiuta. È anche difficile capire esattamente dove si trovino le hitbox di proiettili e nemici, un problema che piaga soprattutto il boss finale (che a mio parere soffre di un paio di bug piuttosto evidenti, che spero saranno corretti in una patch futura).

In una mossa che pare ispirata ai giochi del passato, gli sviluppatori hanno deciso di usare quasi solo i pulsanti frontali: su un controller Xbox, A salta, B esegue l’attacco speciale, X spara e Y esegue una schivata. Non è una soluzione ideale: a meno che non siate pianisti di carriera, usare il pollice per ogni tasto richiede salti e scatti che fanno perdere importanti decimi di secondo – può sembrare un niente, ma in un gioco come Cuphead sono la differenza tra una vittoria e un controller piantato dentro al televisore dalla rabbia. Il mio consiglio è rimappare i controlli, sfruttando i grilletti posteriori.

Soundtrack: tutti quanti voglion fare il jazz

Più che un videogioco vero e proprio, Cuphead (o meglio Cuphead: Don’t Deal With The Devil) è un progetto artistico, una lettera d’amore ai primordi dell’animazione americana. Si vanta di una colonna sonora di quasi tre ore, eseguita da una big band jazz sullo stile dei cartoni dell’epoca. Jazz, swing, ragtime, bebop, citazioni musicali e voci annerite dal fumo e dall’alcool si sposano all’atmosfera da post-Grande Depressione, e brani come il tema di King Dice restano in testa anche giorni dopo averlo finito: cercate di oltrepassare il passaggio tra le isole prima di aver sconfitto ogni boss, e “la mano destra del diavolo” vi fermerà con un numero musicale che non sfigurerebbe in una colonna sonora dell’età d’oro della Disney.

Anche senza sapere che King Dice stesso è un omaggio al leggendario cantante jazz Cab Calloway – si, quello di Minnie the Moocher – l’effetto è fenomenale. Il gioco (disponibile per il momento, ahimè, solo in lingua inglese) è strapieno di citazioni di cartoni e musica dei tempi che furono, per la gioia degli appassionati. Aggirandosi nelle fantastiche Inkwell Isles, esse stesse un riferimento agli Inkwell Studios dei fratelli Fleischer, l’atmosfera è ricreata alla perfezione, e vi capiterà spesso di tenere il ritmo con la testa mentre cercate di superare una sezione per la decima volta di seguito.

Grafica e animazione: funzionano insieme?

Una delle preoccupazioni all’epoca dell’annuncio era che la scelta di utilizzare tecniche di animazione ormai arcaiche avrebbe potuto significare un sacrificio della giocabilità. Invece il gioco gira a un solidissimo 60fps, non dovendo fare calcoli particolarmente pesanti, e riesce a sposarsi perfettamente con le animazioni vecchio stile, gli sfondi realizzati ad acquerelli e parecchio post-processing per sgranare l’immagine e darci quella particolare aberrazione cromatica, con graffi e capelli sulla pellicola – tutti difetti dei proiettori dell’epoca, che contribuiscono a creare un’atmosfera più unica che rara.

Visto il suo scopo particolare, è difficile parlare delle caratteristiche tecniche di Cuphead. Sviluppato su Unity – un fatto già di per sé sorprendente, vista la fama che il motore ha ottenuto in quanto scelto da molti giochi di scarso livello – lo schermo sembra partire da una risoluzione di 720p, scalata in alto per aggiustarsi alla risoluzione del proprio monitor; qui lo stile e il risultato contano molto più dei numeri. Non ci sono differenze di nessun tipo tra la versione per Xbox e quella per PC, in grado di girare anche su hardware di medio-basso livello. Fate solo attenzione: sono stati riportati scatti e cali di framerate nella versione scaricabile dal Windows Store, anche se nessuno pare in grado di capire perché.

Cuphead è un trionfo. Se la difficoltà elevata non spaventa – ma se siete cresciuti con Contra e Metal Slug, questo è pane per i vostri denti – chi prende in mano il gioco dei fratelli Moldenhauer si ritrova con in mano qualcosa di unico, un lavoro la cui dimensione è difficile da quantificare in termini di tempo speso a disegnare e amore per la storia dell’animazione. Ci sono dei difetti da sistemare, alcuni dei quali possono essere aggiustati da una semplice patch, ma per un primo passo in un territorio completamente inesplorato il risultato è sorprendente. Non è per tutti, ma se siete la persona giusta per un gioco in cui è il giocatore a doversi mettere alla prova e migliorare di livello in livello non potete chiedere di meglio. Mi levo il cappello davanti a Studio MDHR, e con un assolo di tromba sotto la luna mi lancio verso un dirigibile mutaforma per la trentesima volta. Cuphead è disponibile per Xbox One e PC – sono previste forse versioni future per Mac e Linux, ma gli sviluppatori escludono la PS4, il che non è una sorpresa visto il coinvolgimento di Microsoft. Se siete pronti a morire a ritmo di swing, potete cliccare sui bottoni presenti in questa pagina per acquistarne una copia.

Pro
Stile cartoon davvero unico
Colonna sonora magnifica
Il senso di vittoria dopo aver sconfitto un boss è incredibile…
Contro
… ma farà perdere la pazienza a parecchi giocatori
Qualche piccolo bug
valutazione finale9