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Caricabatterie per smartphone: conosciamo come funziona

di Andrea Pettinariaggiornato il 3 aprile 2017

Nell’epoca in cui viviamo, caratterizzata da smartphone sempre più performanti ma al contempo altrettanto esosi in quanto a consumi, il caricabatterie è diventato per noi un inseparabile compagno di avventure. Ognuno di noi ne possiede ormai più di uno e a casa ne siamo pieni; ma ne conosciamo davvero il funzionamento?

All’apparenza, questi aggeggi ci potrebbero sembrare tutti uguali: questo accade per la semplice convenzione entrata in vigore qualche anno fa e che prevede per tutti i produttori di dispositivi mobili (fatte le dovute eccezioni, Apple mi riferisco a te) di adottare lo standard micro USB. In un certo senso, tutto ciò ha sicuramente aiutato a “standardizzare” le caratteristiche di questi adattatori, permettendo nella maggior parte dei casi di alternarne l’utilizzo tra gli uni e gli altri, senza causare gravi problemi al nostro dispositivo: questo, appunto, avviene nella maggior parte dei casi, ma continuando nella lettura vi accorgerete che anche in questo senso il pericolo è sempre dietro l’angolo.

Andiamo dunque a scoprire, passo per passo, in che modo questi caricabatterie si diversificano tra di loro e come possiamo scegliere quello adatto maggiormente alle nostre esigenze.

Attenzione alla “targa”

[img_destra][/img_destra]Per comprendere al meglio di cosa stiamo parlando ci basta dare una veloce occhiata alla cosiddetta “targa” del nostro caricabatterie, ovvero quella serie di informazioni stampate solitamente su una delle due facciate dello stesso delle quali cui vi proponiamo un esempio nell’immagine qui a destra. Come potete osservare, su di esso sono presenti, oltre alle informazioni relative al modello di tale alimentatore, i vari parametri specifici di tensione e corrente in entrata (INPUT) e in uscita (OUTPUT). Per quanto riguarda i valori di input, questi solitamente differiscono solo per il terzo valore elencato, ovvero gli Ampere massimi relativi alla presa della corrente (in questo caso 0.5A), mentre i primi due si riferiscono invece agli standard europei e americani in quanto a tensione (espressa in volt) e frequenza di distribuzione (50/60 Hz). In poche parole, stando all’esempio qui sopra, il caricabatterie in questione supporterebbe sia gli standard europei (50 Hz per 240V), sia quelli statunitensi (60 Hz per 100V).

Quello che ci interessa, però, non sono tanto i parametri di input bensì quelli di output. Nella stessa immagine presa in considerazione poco fa possiamo notare il valore “5V“: quest’ultimo si riferisce alla tensione elettrica fornita dal nostro caricabatterie, che troveremo allo stesso modo su ogni altro alimentatore da parete per smartphone attualmente in commercio. Questo avviene per un semplice motivo: un valore maggiore finirebbe per bruciare irrimediabilmente la batteria del nostro smartphone. Per capire meglio tutto ciò ci basta rimuovere la scocca del nostro dispositivo per andare ad analizzarne la batteria: su di essa, nella maggior parte dei casi, troveremo un valore, sempre espresso in volt, che solitamente oscilla tra i 3.2 e i 3.7V. Bene, il nostro caricabatterie, per garantire una ricarica ottimale, deve essere in grado di allinearsi a quella soglia fino a superarla, ma solo lievemente, il tutto con apporti di tensione costanti, in modo da raggiungere un nuovo valore che raramente troviamo elencato sul retro della batteria: il charging limit, ovvero il limite massimo di tensione supportata durante i livelli più alti di carica. I 5 volt riportati sul nostro alimentatore da parete, infatti, sono solo nominali: il loro valore durante il ciclo di ricarica è interamente gestito dal nostro smartphone, che è in grado di decidere in totale autonomia il quantitativo di corrente da assorbire. La maggior parte di questi accessori (quelli con un minimo di certificazione) dispongono inoltre di un sistema di sicurezza, atto a salvaguardare la vita dei dispositivi ad esso connessi, e la nostra.

Passando al secondo valore, l’amperaggio, ci troviamo davanti al vero e proprio nocciolo del discorso, in quanto quest’ultimo rappresenta il quantitativo potenziale di corrente elettrica che viene erogata dal nostro caricabatterie. Il tutto è misurato in milliAmpere (mA). Anche qui, per afferrare pienamente la questione, dobbiamo fare una passo indietro e tornare alla batteria del nostro dispositivo. La capienza di quest’ultima è misurata in milliAmperora (mAh), una variante dell’unità base di misurazione dell’intensità della corrente elettrica (Ampere) capace di tenere conto anche della velocità di scaricamento della batteria, su base oraria: in poche parole, soffermandoci sull’immagine qui in alto, che prende come esempio un Samsung Galaxy S4, con una batteria da 2600 mAh, quest’ultima, erogando continuamente 1300 mA di corrente si scaricherebbe in 2 ore (2600/1300), erogandone 600 farebbe lo stesso in poco più di quattro ore e così via. Il procedimento contrario, ovvero quello di ricarica, funziona pressoché allo stesso modo. Una volta recuperati i due valori sopracitati abbiamo tutto ciò che ci serve: la capienza massima della nostra batteria, in questo caso 2600 mAh, e il quantitativo potenziale di corrente erogata dal nostro alimentatore, ovvero 2000 mA. Se avete afferrato il discorso, avrete dunque capito che – teoricamente – il nostro caricabatterie dovrebbe fornire una carica di 2000 mA all’ora: visto, dunque, che la capienza massima della batteria in questione è di 2600 mAh, un ciclo completo di carica dovrebbe esaurirsi in poco più di un’ora; risparmiandovi il calcolo, il tutto ammonterebbe a solo un’ora e venti minuti! Ma le cose stanno davvero così? Sì, o meglio, non proprio. Anche in questo caso il valore espresso in milliAmpere è nominale, ma ciò non significa che il valore sia fasullo ed impossibile da raggiungere. La velocità riportata sulla facciata del nostro caricabatterie, infatti, è sì raggiungibile, ma solo a terminale spento e comunque non in modo costante. In ogni caso sarà il nostro smartphone a decidere il quantitativo di corrente in entrata, in base alle esigenze della batteria e alla tecnologia di quest’ultima. Tenendo acceso il nostro smartphone durante la carica potremmo infatti notare che i livelli di immissione si diversificano – e anche di molto – nel tempo: questo, al contrario del voltaggio che se ricordate bene deve rimanere costante, è assolutamente normale, a maggior ragione a device acceso, a causa dei vari consumi di energia causati dalla luminosità dello schermo, app e connessioni attive in background. Lo stesso fenomeno si ripresenta anche da spento, in quanto gli smartphone di fascia alta presentano ormai diverse tecnologie di ricarica veloce, soprattutto per quanto riguarda i primi livelli di carica. Questa, tuttavia, è un’altra storia, che andremo ad approfondire più avanti.

Se durante la lettura siete andati a recuperare il vostro caricabatterie per controllarne i parametri, vi sarete accorti che la situazione non è sempre rose e fiori come nell’esempio sopraindicato, soprattutto se disponete di un alimentatore originale appartenente ad un dispositivo low-end, oppure, ancora peggio, se possedete un alimentatore dalla dubbia provenienza con valori ancora più bassi della media. Media che per convenzione si riferisce alla quantità di energia erogata da una presa USB 2.0, corrispondente a 500 mA.

Quale alimentatore utilizzare?

L’intento di questo focus non è quello di elencare come, dove e quando caricare il vostro smartphone per allungare la vita della vostra batteria, bensì quello di fare chiarezza su uno dei dispositivi a noi più utili e vicini, ma di cui a malapena conosciamo il funzionamento. Dopo essere passati per un’infarinatura generale del funzionamento di questo aggeggio, possiamo quindi passare ad una questione più pratica, andando ad analizzare come quest’ultimo agisce una volta connesso al nostro smartphone.

Il titolo del paragrafo potrebbe sembrare banale: quale alimentatore utilizzare? “Ma ovvio, quello che ci viene fornito all’interno della scatola del nostro smartphone, che domande”, direte voi. Giusta osservazione, ma sappiamo bene che le possibilità di scelta, nella vita, raramente si riducono ad una sola – altrimenti che scelta sarebbe? Questo paragrafo è infatti dedicato a tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, dispongono di più di un caricabatterie, che magari usano scambiare con i propri familiari, o che semplicemente necessitano di acquistarne un nuovo modello, in quanto il proprio è recentemente passato a miglior vita. Ecco, in quest’ultima categoria è rientrato recentemente il sottoscritto, e tutto ciò che state leggendo è frutto di lunghe sessioni di ricerca per trovare un degno erede al proprio predecessore.

[img_destra][/img_destra]Se non siete tra coloro che custodiscono gelosamente il caricabatterie originale del proprio dispositivo e magari questo è andato perso, la soluzione più ovvia a cui sarete andati incontro per rimediare sarà sicuramente stata quella di prendere in prestito l’alimentatore di un vostro familiare, senza curarvi di tutti i parametri sopraelencati. Nulla di male, ci mancherebbe, a maggior ragione se non avete riscontrato rallentamenti o strani comportamenti del vostro dispositivo durante la carica. Vediamo di spiegarci: le probabilità di riscontrare un malfunzionamento sul proprio terminale sono molto basse, soprattutto se si è soliti utilizzare solamente altri caricabatterie “stock”, ovvero provenienti da altrettante scatole di altrettanti dispositivi. Tutti gli alimentatori definibili “originali“, infatti, sono una garanzia sotto questo punto di vista. Ricordate la storia per cui “ogni caricabatterie per smartphone deve fornire 5 volt di tensione costante?” Bene, se è così, qualunque sia l’amperaggio (ovvero la corrente in uscita), potete dormire sonni tranquilli. Sono infatti gli smartphone stessi a definire il quantitativo di corrente in entrata: tutto ciò ci permette di utilizzare un caricabatterie sovradimensionato (in fatto di amperaggio) senza alcun rischio, purché questo sia di buone fattezze e non di origine dubbia. Lo stesso discorso si potrebbe fare per un caricabatterie sottodimensionato collegato a dispositivi che richiedono un quantitativo di energia maggiore, ma con qualche precauzione in più: tutto potrebbe semplicemente risolversi con una ricarica decisamente più lenta, ma c’è da fare molta attenzione, in quanto il minimo difetto dell’alimentatore in questione (soprattutto nel caso si tratti di un accessorio composto di materiali scarsi) porterebbe al surriscaldamento dello stesso. Ovviamente, in ogni caso, le due modalità sopraelencate non rappresentano la soluzione ottimale al vostro problema, quindi vi sconsigliamo di utilizzarle nel lungo periodo proprio perché a lungo andare potrebbero causare problemi ad entrambe le parti in gioco;  potrebbero, in quanto tutto ciò non è dimostrato e ci sono varie scuole di pensiero a riguardo; noi non teniamo a sbilanciarci troppo, se non per il fatto di sconsigliarvene un utilizzo prolungato, al di fuori, dunque, di una mera necessità temporanea.

Nel caso vi affacciaste invece all’acquisto di un nuovo caricabatterie, il consiglio più sentito – ed ovvio – che mi viene da darvi è quello di buttarsi sulla versione stock del vostro dispositivo. Nel caso quest’ultima non fosse più in commercio o decideste di volere trovare fortuna altrove, l’alternativa più adatta a voi sarà il modello che più si avvicina al vostro vecchio accessorio. Prendete nota delle caratteristiche di quest’ultimo e cercatene uno che ne rispecchi pienamente i parametri. Privilegiate l’acquisto online, facendo molta attenzione alle recensioni degli altri clienti: se non ce ne sono, o se queste non sono totalmente positive, scartate tutto e passate oltre. In ogni caso, diffidate dalle imitazioni degli “originali” e puntate invece a produttori specializzati nel settore.

È ormai ben nota a tutti la campagna di qualche anno fa promossa da Apple per scoraggiare l’acquisto di alimentatori contraffatti, in quanto questi, incapaci di garantire il giusto isolamento tra i propri componenti ed un apporto di tensione costante, avevano causato ben più di un episodio spiacevole, arrivando addirittura a causare la morte di una persona.

A questo punto immagino che leggendo fin qui vi sarà sorta l’irrefrenabile voglia di andare a controllare quanto effettivamente il vostro caricabatterie sia performante e quanta corrente elettrica esso apporti al vostri dispositivo. Come fare, dunque, per tenere d’occhio tutto ciò? Nulla di più semplice: vi basta infatti scaricare una delle centinaia di applicazioni presenti sui vari Store. Noi, durante le nostre prove, abbiamo utilizzato Battery Monitor Widget, in versione Lite, che permette comunque una buona gestione del tutto, con grafici e monitoraggio in real time, al costo della visualizzazione di qualche banner pubblicitario; la scelta, in ogni caso, è molto ampia.

E il futuro della ricarica?

Come già accennato più in alto, queste tecnologie si stanno via via evolvendo, soprattutto per quanto riguarda i dispositivi high-end, arrivando ad offrire performance decisamente degne di nota, soprattutto per quanto riguarda i tempi di ricarica. Se, infatti, come abbiamo potuto analizzare precedentemente, non ci è possibile aumentare il carico di tensione da applicare alla nostra batteria, gli ingegneri di tutto il mondo si sono dunque dati da fare per garantire tempi di ricarica minori, riuscendo comunque a mantenere lo standard dei 5 volt di tensione. L’esempio per eccellenza di tutto ciò è sicuramente Qualcomm, con la propria tecnologia Quick Charge. Ricordate il caricabatterie di cui parlavamo all’inizio? Esso garantiva 2000 mA di corrente: quest’ultimo, però, senza la tecnologia Quick Charge non avrebbe avuto alcun modo di lavorare a piena potenza. La sopracitata tecnologia, alla versione 1.0, ha infatti introdotto nel mondo degli smartphone la possibilità di spingere i limiti dell’intensità di ricarica fino a 2A ed è stata introdotta con i processori Qualcomm Snapdragon 600 (Samsung Galaxy S4 monta proprio questo modello).

Bene, la nuova frontiera della ricarica rapida è offerta dalla stessa azienda e arriva con la nuova versione Quick Charge 2.0, la quale, in poche parole, porta il carico di corrente massima a 3A. Questa nuova tecnologia è supportata dalle seguenti CPU: Snapdragon 200, 400, 410, 615, 800, 801 e 805, e garantisce una ricarica rapida maggiore del 70% della norma, con stime che la vedono in grado di fornire il 60% di ricarica in soli trenta minuti. Ovviamente, per permettere tutto ciò, il nostro smartphone avrà bisogno di lavorare in coppia con una nuova tipologia di alimentatori, in grado di fornire 3A di corrente. Questi sono già disponibili all’acquisto: proprio su Amazon è recentemente apparso il nuovo modello di Motorola TurboCharger.

Un’alternativa alla comune ricarica via cavo è rappresentata dalla “ricarica wireless“, tecnicamente conosciuta con il termine tecnico di “ricarica induttiva“. Questa soluzione, integrata solo recentemente negli ultimi modelli di smartphone di fascia alta, e disponibile per molti altri tramite l’acquisto di un’apposita cover, non è ancora entrata a pieno titolo tra le modalità preferite dagli utenti di tutto il mondo, soprattutto a causa dei lunghi tempi di ricarica. Il tutto funziona, appunto, tramite l’induzione di onde elettromagnetiche prodotte da una piccola stazione su cui poggiare il nostro dispositivo.

I prezzi di entrambe le soluzioni sopracitate sembrano essere abbastanza contenuti: smartphone permettendo, uno di questi accessori potrebbe dunque rivelarsi la scelta giusta da regalarsi in futuro. Volete acquistare un caricatore USB per smartphone senza il minimo sforzo? Abbiamo realizzato una apposita guida al riguardo!