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Quando la fotografia volta le spalle: il blocco del fotografo

di Saverio Savioaggiornato il 28 dicembre 2015

Avere a che fare con la fotografia spesso non differisce molto da una storia d’amore.

Si incomincia così, quasi per caso, comprando una reflex in sconto in qualche grande magazzino, per poi lasciarsi travolgere in tale passione e vivere i primi anni sempre desiderosi di sperimentare nuovi scatti, nuove tecniche, di mettersi continuamente in gioco nella speranza di ottenere foto sempre più belle, sempre migliori.

Poi, con il passare del tempo, tutto incomincia ad appiattirsi, divenire persino noioso, con la voglia di uscire a scattare che diminuisce sempre più, finché, inevitabilmente, s’innesca la crisi – la definiamo, un po’ impropriamente, blocco del fotografo. Posso immaginare cosa starete pensando leggendo queste righe, ma vi assicuro che non è un discorso così strano, così folle, bensì un qualcosa che colpisce i fotografi più spesso di quanto si pensi, sopratutto fra quelli di più lungo corso.

Beninteso: non è un destino ineluttabile o una certezza andarsi ad incagliare in un periodo del genere, ma può capitare sopratutto nel caso in cui non si vada a rinfocolare il fuoco di questa passione, cercando di reinventarsi e di essere sempre curiosi verso nuove tecniche e generi fotografici.

O almeno, per farla breve, questo è quello che è successo a me.

Ma cos’è questo fantomatico blocco del fotografo e cosa implica?

Essenzialmente, come per quello dello scrittore, si tratta di un momento di stallo creativo, di immobilità totale in cui non si riesce a produrre nessuna foto ai nostri occhi decente. Ovviamente, se in quello dello scrittore tale blocco si manifesta nell’incapacità di riempire una pagina bianca, in quello del fotografo parliamo di una mancanza di creatività nel fotografare. Ma in realtà non è solo questo: molte volte tale blocco non è solo accompagnato dalla mancanza di risultati apprezzabili, bensì sopratutto da una svogliatezza che si traduce nel non aver voglia di scattare, di prendere la macchina fotografica o, anche solo, di pensare a cosa fotografare.

Oltretutto, a rendere ancora più infida tale situazione, si innescano una serie di meccanismi mentali costituiti dal produrre una serie di scuse. Qualche esempio? Nel mio caso suonavano più o meno così: «Sono troppo incasinato con lo studio, non ho tempo per mettermici come vorrei, non so più dove andare a fotografare ecc.» per poi arrivare a cose ben più patetiche (della serie: oggi fa troppo freddo/caldo) e fino a giungere al dogma assoluto di ogni valido procrastinatore professionista: «Oggi non ho voglia, ma domani giuro che esco a fotografare». Ovviamente a quale domani mi riferissi non era dato saperlo.

Ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverloPer farla breve: non posso certo annoverare questo 2015 come un buon anno per la fotografia. Adesso che Capodanno si avvicina e diventa periodo di bilanci, non posso fare a meno di notare con sommo sgomento che in dodici mesi sono riuscito a produrre soltanto quattro immagini decenti, il più delle volte mosse non da reale voglio nel tornare ad impugnare la macchina fotografica, ma solo dai sensi di colpa nel realizzare di star trascurando una mia passione.

Tralasciando ulteriori piagnucolii (credo che ormai avete ben capito cosa intendo) vediamo come sbloccarci da tale situazione.

Per iniziare, non vi è modo migliore per superare questo momento se non ammettere di essere bloccati e che la mancanza di voglia di fotografare non è dettata dal poco tempo o dal turbinio di impegni del quotidiano, ma proprio da una svogliatezza personale.

Sarebbe inoltre importante tentare di capire da cosa derivi tale svogliatezza, quali sono le sue cause, e quindi agire di conseguenza. Siete stufi di fotografare sempre le solite cose? Cambiate soggetto. Non avete più voglia di fotografare nei soliti posti? Beh, cambiateli. A volte basta davvero poco ed al contempo è sempre valido l’abusato adagio del “Ammettere di avere un problema è il primo passo per risolverlo”.

Un altro punto fondamentale è sicuramente quello di tornare ad essere umili. Mi spiego meglio: non mi sono mai giudicato una persona presuntuosa o che mancasse di umiltà, né tantomeno ho mai pensato di essere un fotografo capace. Anzi: non mi sono mai giudicato un fotografo, ma un semplice appassionato.

Tuttavia spesso accade di riuscire ad individuare una tecnica, un modus operandi in grado di garantire risultati più che soddisfacenti e, poggiandosi sugli allori di tale conquista, non si reputa più essenziale il continuare a sperimentare per apprendere nuove tecniche. Insomma: si diventa abbastanza navigati in un determinato contesto che non si ha più voglia di slegarsi da esso.

È un discorso decisamente sbagliato: non si dovrebbe fotografare con il solo fine di fare una bella foto, ma perché si ha voglia di raccontare la propria visione del mondo. Ovviamente, per farlo, non è possibile fossilizzarsi soltanto su una determinata tecnica, ma è invece necessario sperimentare continuamente accettando di poter fallire e tornare a casa a mani vuote.

Parlavamo di voglia di raccontare, eppure non è così facile o può persino capitare che non si abbia niente di nuovo da dire. Questo, personalmente, è stata una delle problematiche che ho riscontrato con la fotografia di paesaggio. Sono sempre stato affascinato da tale genere fotografico, tuttavia, a meno che non si ha la fortuna di poter viaggiare continuamente, è un genere fotografico che può esaurire in fretta la sua linfa vitale. Infatti, con il passare del tempo, mi sono reso conto che le mie foto, per quanto potessero essere tecnicamente valide, suonavano decisamente vuote e banali, prive di una storia… ecco una delle motivazioni per la mia svogliatezza nel prendere la macchina fotografica ed andare a fotografare l’ennesimo tramonto sul lago.

La cosa migliore in questi casi è forse quella di uscire semplicemente per una passeggiata e di portare la macchina fotografica con sé. Possiamo anche non fare nessuna foto, o farne mille decisamente brutte, l’importante in questo caso è sforzarsi nell’ignorare la ricerca spasmodica del risultato, prediligendo l’atto del fotografare a qualsiasi altra cosa, o, più, semplicemente, tentare di ritrovare il piacere di portare con sé la macchina fotografica al collo.

Bisognerebbe sempre cercare di ricordare che vi possono essere foto tecnicamente errate, sgranate, leggermente fuori fuoco o con zone bruciate e sottoesposte, ma che riescono comunque a raccontare qualcosa. La forza di tale racconto non deriva dall’attrezzatura, dal tipo di lenti che si posseggono o da chissà cos’altro, semplicemente è la bravura del fotografo nel riuscire a comunicare attraverso le sue immagini – vedi lomografia. La fotografia non è solo tecnica, né ansia nel riuscire a produrre uno scatto perfetto, ma ha come scopo fondamentale quello di gettare uno sguardo sul mondo ed immortalarne una visione.

Un ultimo punto: quando si è stanchi o privi di inventiva niente è meglio del lasciarsi ispirare. Oggigiorno, poi, è davvero facile riuscire in tale intento. Non vi è bisogno di particolari accorgimenti, basta una mostra (spesso alcune, come quelle organizzate dal National Geographic, sono persino gratuite), un libro o persino scorrere semplicemente uno dei tanti social network di fotografia. In tal senso ho trovato particolarmente apprezzabile come fonte di ispirazione 500px, sopratutto nella sezione Editor’s Choice.

Concludendo, non vi è niente di terribile se, in un periodo qualsiasi della vostra vita, vi ritrovate a non riuscite più a fotografare o a trarre la giusta soddisfazione da questo – di fronte al blocco del fotografo, insomma. L’importante è non adagiarsi in tale condizione, ma anzi reagire e cercare attraverso nuovi stimoli, ed un nuovo approccio alla fotografia, la motivazione per tornare con passione ad impugnare la macchina fotografica.